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di Giorgio Antoniacomi

Corriere del Trentino, 29 settembre 2024

Semplificando molto, ma non banalizzando, ci sono due modi alternativi per parlare di sicurezza nelle nostre città. Sono due narrazioni diverse, inconciliabili. Quella che sembra prevalere oggi, e ci riferiamo anche alla situazione della città di Trento, mira a rappresentare una situazione estrema, talora fuori controllo. È un’analisi sommaria, che prelude a risposte altrettanto sommarie: il carcere, le espulsioni, la chiusura delle frontiere. Un’altra narrazione è quella che considera la sicurezza a partire dai dati. Il Ministero dell’Interno, in un Rapporto di ricerca realizzato con Eurispes e pubblicato nel maggio 2023, intitolato “La criminalità fra realtà e percezione”, ci informa che dal 2007 al 2013 il numero di reati commessi in Italia ha avuto un andamento altalenante, salvo diminuire costantemente dal 2014 al 2020.

Al netto del periodo della pandemia, caratterizzato da limitazioni al movimento delle persone, il confronto fra il 2019 e il 2022 conferma un trend in diminuzione. L’indice della criminalità 2024, elaborato dal Sole 24 Ore, pone la provincia di Trento all’88° posto della classifica per tasso di reati denunciati, con 2.643,2 denunce ogni 100.000 abitanti (al primo posto c’è Milano, con 7.093,9 denunce per 100.000 abitanti). Un secondo aspetto che va puntualizzato è che i reati che più si temono sono quelli che creano allarme sociale e, in particolare, quelli di natura predatoria.

Non sempre, però, i comportamenti che provocano allarme sono reati, ma esprimono disordine e maleducazione e, viceversa, non sempre i reati più gravi provocano allarme: pensiamo che Trento “risale” in classifica per numero di denunce, collocandosi al 19° posto fra tutte le province italiane (Fonte: Lab24, Sole 24 Ore) per il reato di associazione a delinquere. Un terzo aspetto da considerare riguarda la rappresentazione mediatica dei reati.

Non si finirà mai di sottolineare abbastanza come alcuni pericoli evitabili, come gli incidenti stradali, gli incidenti sul lavoro e quelli domestici, che spesso hanno conseguenze letali (3.039 persone sono morte sulle nostre strade nel 2023, fonte: Istat), vengano attribuiti alla fatalità. Accenniamo, infine, ai femminicidi e alla violenza di genere, comportamenti che per oltre l’80% (il riferimento all’anno 2022, fonte: Istat 2024) avvengono per mano di partner, ex partner o parenti. I numeri, se fatti “parlare”, dovrebbero dunque contribuire a modificare le nostre percezioni e, soprattutto, le loro distorsioni. Sarebbe d’altra parte sbagliato non ricordare che reati e percezioni di vulnerabilità toccano corde emotive profonde, destinate a diventare sempre più sensibili in una società come la nostra che, per diverse ragioni, possiamo definire la società dell’incertezza: non si può dunque, e anzi sarebbe un grave errore, archiviare preoccupazioni e disagi limitandosi ad affermare che non sempre e non tutti hanno un fondamento oggettivo.

Da queste brevi considerazioni si possono trarre alcune conclusioni. La prima è che, indipendentemente dal fatto che sia fondata su circostanze obiettive o su percezioni, la sicurezza deve costituire un problema e, dunque, deve essere oggetto di politiche mirate ed efficaci. A una più che legittima domanda di sicurezza, però, si possono dare risposte diverse. Le due narrazioni che abbiamo descritto aprono la strada ad altrettante prospettive divergenti.

La visione che risolve le criticità sociali in termini di ordine pubblico contiene alcuni salti logici e alcune forzature: afferma l’equivalenza, o quasi, fra immigrazione e incremento dei reati; coltiva la convinzione, del tutto illusoria, che lo strumento penale (soprattutto il carcere) sia la soluzione alla maggior parte dei problemi (in un momento nel quale un dibattito molto autorevole si interroga sulla sua effettiva utilità anche sia come deterrente, sia per evitare la commissione di nuovi reati); rinnova la scelta di concentrare in pochi luoghi le contraddizioni, finendo in questo modo per contribuire a riprodurle; promette, e qualche volta realizza, il dispiegamento visibile di forze dell’ordine che, se da un lato contribuisce ad attenuare la sensazione di pericolo, dall’altro incrementa la percezione della sua esistenza, spostando i problemi da un’altra parte.

La seconda prospettiva si concentra, a partire dal rispetto delle regole, sul tentativo di dare risposte diverse a problemi differenti. Certo, è una strada più lunga e più impegnativa, che mette in relazione diritti, doveri e responsabilità; che si interroga sull’efficacia delle politiche; che non alimenta l’allarmismo, anche se è consapevole che le paure vanno ascoltate e comprese; che crede al valore dell’integrazione e alla possibilità, faticosa e mai scontata negli esiti, di integrare le differenze. Il mondo non è fuori controllo. L’alternativa che abbiamo di fronte è abbastanza netta e si pone tra amplificare e cavalcare le paure o, al contrario, provare a recuperarle a una capacità matura di pensiero.