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di Alessandra Ghisleri

La Stampa, 27 aprile 2026

Per un italiano su due (52,5%) l’ultimo decreto sicurezza approvato alla Camera dimostra che i precedenti interventi varati da questo governo non hanno prodotto i risultati attesi. Il dato fotografa una frattura prevedibile sul piano politico con gli elettori di centrosinistra in larga parte critici (69,7%), tuttavia rivela anche una crepa meno scontata nel campo opposto, con quel 24,1% di elettori di centrodestra che condivide questa valutazione. Scendendo nel dettaglio, emerge un elemento politicamente rilevante. Sono soprattutto gli elettori di Forza Italia (43,2%) a esprimere dubbi sull’efficacia delle misure adottate finora, mentre l’elettorato della Lega (63,2%) e di Fratelli d’Italia (67,4%) resta convinto che i decreti precedenti abbiano funzionato, pur necessitando oggi di un rafforzamento per rispondere a un contesto in continua mutazione.

È in questo quadro che si inserisce il nuovo decreto sicurezza approvato dalla Camera, che - stando a quanto emerso - appare meno come una cesura e più come un’evoluzione della linea già intrapresa. Tuttavia, il nodo della questione resta il rapporto tra queste misure e il fenomeno degli sbarchi. Ed è proprio su questo terreno che il dibattito pubblico tende a farsi più confuso. Maggioranza e opposizione infatti rivendicano, a fasi alterne, risultati e responsabilità, selezionando i dati più favorevoli rendendo difficile per l’opinione pubblica orientarsi. Per uscire da questa polarizzazione, è utile tornare a una base imparziale. L’analisi dei dati ufficiali del ministero dell’Interno consente di impostare una lettura più strutturata del fenomeno impostando un indicatore che registri il rapporto tra rimpatri effettuati e numero di sbarchi registrati. Applicando questo criterio in modo omogeneo ai diversi governi degli ultimi dodici anni - calcolando cioè, per ciascun anno, la percentuale di rimpatri sul totale degli sbarchi- emergono elementi di confronto utili a superare la contrapposizione politica e a comprendere meglio l’effettiva portata delle politiche adottate.

Nel periodo 2014-2018 (governi Renzi, Gentiloni e il primo tratto del Conte I), la percentuale media di rimpatri si attesta intorno al 4,6%. Dai dati si vede che si tratta di anni caratterizzati da numeri molto elevati di sbarchi, che rendono strutturalmente più complicato mantenere un’alta incidenza dei rimpatri sul totale degli arrivi. Fa eccezione il 2018, quando, a fronte di un crollo degli sbarchi - che passano da una media superiore ai 150.000 a soli 23.370 -, la percentuale sale significativamente (27,4%), mostrando quanto questo indicatore sia fortemente influenzato dal denominatore. Il risultato più alto in assoluto si registra nel 2019, sotto il governo Conte I: 60,9%, risultato legato anche a un approccio fortemente restrittivo e orientato alla deterrenza della linea di Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Gli sbarchi registrati in quell’anno risultano particolarmente bassi (poco più di 11 mila), e ciò amplifica automaticamente il peso percentuale dei rimpatri, il che riflette una fase eccezionale del ciclo migratorio, all’alba della pandemia di Covid. Nel triennio successivo (Conte II e Draghi), la media della percentuale dei rimpatri si colloca intorno al 6,0%. In questo periodo gli sbarchi tornano a crescere progressivamente, fino a superare i 100.000 casi nel 2022, mentre, nello stesso anno, i rimpatri registrano una media di poco sopra i 4.000 rientri.

Infine, nel periodo più recente (governo Meloni), la media generale si attesta al 6,7%, nel complesso risulta leggermente superiore a quella dei governi precedenti. Scomponendo il dato anno per anno, si osserva che nel 2023 si parte da una frazione molto bassa (3%), a fronte di un forte aumento degli sbarchi (157.651) e di un numero di rimpatri pari a 4.796. Nel 2024 la percentuale sale di quasi sei punti, raggiungendo l’8,6%, con 66.617 sbarchi e 5.704 rimpatri. L’incremento prosegue nel 2025, quando si arriva al 10,2%, con un numero di entrate pressoché analogo e 6.772 rimpatri complessivi. Si osserva quindi una crescita progressiva nel periodo considerato. Il dato del 2026, ancora parziale, mostra oggi una percentuale elevata (35,2%), tuttavia, essendo ancora nella prima metà dell’anno, risente del basso numero di sbarchi registrati finora. Nel complesso, più che individuare un “governo migliore” in senso assoluto, i dati suggeriscono una chiave di lettura che sottolinea come la capacità di incidere sul rapporto tra rimpatri e sbarchi dipenda in larga misura dalle istruzioni politiche di ogni governo e dai rapporti diplomatici dei diversi Paesi in gioco. Ed è su questa distanza - tra politiche nazionali e dinamiche globali - che si conferma il vero banco di prova per le politiche migratorie. La gestione dei flussi, infatti, resta condizionata da variabili che vanno oltre il perimetro nazionale e richiedono continuità amministrativa, credibilità diplomatica e scelte coerenti nel tempo. Il che può diventare ancora più complesso quando sul tema migratorio si innescano - veloci - intrecci tra sicurezza e immigrazione. Tenere insieme questi principi infatti significa evitare letture semplificate e puntare su politiche capaci di garantire ordine e legalità senza rinunciare al rispetto dei diritti e delle regole.