di Niccolò Carratelli e Francesco Malfetano
La Stampa, 3 febbraio 2026
Il rilancio di Meloni per mettere nero su bianco la necessità di interventi urgenti. Il decreto che entrerà domani in Consiglio dei ministri si è trasformato nel più classico gioco della sedia tra maggioranza e opposizione. La telefonata con cui Elly Schlein, dopo le violenze di Torino, ha provato a sfilare la partita securitaria dalle mani del governo, intestandosi timori e necessità, a Giorgia Meloni e ai suoi fedelissimi è parsa un assist piuttosto maldestro. Da qui la scelta di incalzare Pd, M5s e l’intero fronte progressista, invitandoli a sostenere una mozione unitaria in Parlamento in nome della “collaborazione istituzionale”. Formula evocata nella nota ufficiale diffusa da Palazzo Chigi dopo il vertice di ieri, “anche alla luce delle dichiarazioni della segretaria del Partito democratico”. A molti, in via della Scrofa, il rilancio ha ricordato la querelle sulla partecipazione di Schlein ad Atreju, saltata dopo che i meloniani avevano invitato alla kermesse tutti i leader dell’opposizione.
Tradotto: il rilancio governativo è una mossa per portare l’Aula a votare un testo che metta nero su bianco la necessità di interventi urgenti, legittimando così le preoccupazioni e l’azione dell’esecutivo. Scacco matto? Non proprio. Il governo ha parlato di una “risoluzione unitaria in tema di sicurezza”, senza avere la certezza di poterla effettivamente sottoporre al Parlamento. Non a caso, per tutta la giornata è andato a vuoto il tentativo di modificare il programma d’Aula di oggi alla Camera - operazione che richiede l’unanimità dei capigruppo - per trasformare l’informativa di Matteo Piantedosi in comunicazioni, formula che consente appunto il voto su una risoluzione. Un braccio di ferro, insomma, giocato sul filo delle dichiarazioni.
Per ora resta confermata la presenza del ministro dell’Interno a Montecitorio, proprio mentre al Senato si terrà una riunione dei capigruppo per provare a calendarizzare delle comunicazioni tra mercoledì e giovedì. I leader dei partiti di opposizione stanno alla finestra e, nonostante un giro di telefonate e uno scambio di messaggi, non hanno trovato una linea comune su come replicare alla premier. E questo disorientamento, dal punto di vista di Palazzo Chigi, è già un risultato. Comunque, per tutti è chiaro che quello di Meloni sia “un bluff, una provocazione - ragionano fonti M5s in Parlamento - così, se ci sfiliamo, siamo quelli che condannano i violenti solo a parole”. Ma ognuno risponde per conto suo, niente nota congiunta, come qualcuno aveva ipotizzato nel pomeriggio. Giuseppe Conte, come spesso gli capita, gioca d’anticipo, uscendo per primo e sfidando (da solo) il governo: “Se vuole finalmente ascoltare le nostre proposte - scrive sui social il presidente M5s - noi siamo pronti a condividere subito una risoluzione, che impegni il governo a dare le risposte, che fin qui non ci sono state”. Un modo per stanare la premier e per ricordare che è lui, da settimane, a cercare di intestarsi la battaglia sulla sicurezza dentro al campo progressista. Ma la fuga in avanti dell’ex premier non viene gradita dagli alleati, ben più prudenti rispetto alla possibilità di andare a vedere le carte di Meloni. I toni, da Più Europa ad Avs, sono diffidenti sull’ipotesi della risoluzione, con Riccardo Magi che parla di “un ricatto”, mentre Angelo Bonelli rifiuta l’idea di “un’adesione in bianco”.
Elly Schlein resta in silenzio. Al Nazareno ragionano a lungo su come reagire, fino alle otto e mezza di sera, quando esce una nota piuttosto criptica dei capigruppo Francesco Boccia e Chiara Braga. Di fatto, un netto rifiuto dell’ipotesi di una risoluzione unitaria da votare in settimana: “Se il governo intende approvare già mercoledì nuove misure, su di esse ci confronteremo nella sede opportuna che è il Parlamento”. Insomma, fate il decreto e poi discutiamo di quello, non di altro.
Sul piano dei contenuti, complice il confronto tecnico ancora in corso e l’ovvia attenzione del Quirinale, resta da definire la formulazione esatta del pacchetto sicurezza. In Cdm arriveranno sia un decreto sia un disegno di legge, con alcune norme inizialmente destinate a un iter parlamentare più lungo riconvertite ieri sulla via dell’urgenza. Tra le più significative, quelle che limitano la possibilità di acquistare coltelli e il cosiddetto “scudo penale” in caso di legittima difesa. Rimangono invece dubbi su altre misure. A partire dall’ipotesi di obbligare gli organizzatori delle manifestazioni a versare cauzioni per compensare eventuali danni. La Lega ci crede molto e dal consiglio federale, che Matteo Salvini presiederà stamattina, dovrebbe arrivare un forte input in questa direzione. Insieme alla richiesta di aumentare i militari impiegati nell’operazione Strade sicure e di estendere la diffusione dei taser alle polizie municipali. Su questi punti, però, sia Fratelli d’Italia sia - soprattutto - Forza Italia restano tiepide, temendo il boomerang di un’impugnazione costituzionale o, più semplicemente, l’effetto paradossale: nel caso delle cauzioni, ad esempio, l’aumento delle manifestazioni non autorizzate per evitare di pagare l’obolo.










