di Valeria Valente*
Il Dubbio, 16 luglio 2026
È più forte di lei e, forse, non sa fare altro. Di fronte al fallimento del suo governo in materia di sicurezza, e adesso ancor più perché incalzata a destra da Vannacci, a ogni fatto violento di cronaca e a ogni stormir di social, Giorgia Meloni non riesce a fare altro che rispondere con la sua solita ricetta securitaria. Proprio quella che non ha funzionato. L’ultimo intervento è l’ennesimo disegno di legge sulla sicurezza, appena varato dal Consiglio dei ministri, con cui si introducono nuovi reati e nuove aggravanti con norme definite dal governo “anti-maranza”, contro la violenza giovanile e i danneggiamenti, con l’importante novità che il fermo preventivo potrà essere disposto anche dagli agenti della polizia locale.
Ancora una volta misure concepite, con tutta evidenza, per inseguire gli ultimi fatti di cronaca, compreso il video virale delle botte a uno straniero da parte di un esponente di Fn. Il problema della presidente del Consiglio (e della sua maggioranza) è che le cittadine e cittadini si sentono meno sicuri di quattro anni fa e la leader di Fdi ne è consapevole. Nel 2025 è stato pubblicato il 1° rapporto Censis-Univ sulla sicurezza fuori casa, secondo il quale il 94,2% degli italiani quando esce vuole sentirsi tranquillo, il 75,8% pensa che negli ultimi 5 anni girare per strada sia diventato più pericoloso e il 38,1% per paura ha rinunciato almeno una volta ad uscire.
A sentirsi meno sicuri sono le donne, i giovani, chi vive nelle grandi città. Senza mostrare un trend pluriennale consolidato, gli ultimi dati disponibili per l’intero 2024 del dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno e l’indice di criminalità del Sole 24 ore indicherebbero, soprattutto nei centri urbani, un aumento di microcriminalità, reati predatori e di strada, violenza sessuale. La sicurezza è un bene pubblico complesso e la percezione dei cittadini non può essere derubricata a suggestione. Nel complesso, considerando anche la questione migranti e i numerosi scontri accaduti durante manifestazioni e cortei, a fronte in quattro anni di sette provvedimenti specifici (con l’ottavo in arrivo, come abbiamo detto), le politiche sulla sicurezza rappresentano forse il più grave fallimento del governo Meloni.
Tanto che la stessa preidente Meloni ha dovuto ammettere nell’Aula del Senato di non essere soddisfatta, per poi rilanciare con altre misure e con l’annuncio tardivo dell’assunzione di 18 mila agenti tra carabinieri, polizia e guardia di finanza. Nell’ultimo periodo persino le forze di maggioranza hanno fatto a gara nel presentare proposte di legge che vanno sempre nella stessa direzione. Si va da Forza Italia con il progetto di diminuire l’età punibile da 14 a 13 anni, alla Lega che propone di introdurre cause ostative per ottenere la cittadinanza e addirittura condizioni per la sua revoca, a Fdi che sfidando Vannacci sulla remigrazione, punta invece al rimpatrio degli stranieri che delinquono. È evidente dunque che la sicurezza è diventato uno dei principali terreni di contesa della campagna elettorale. E questo anche perché la destra, con una politica dell’ordine pubblico fatta di slogan, simboli e prove muscolari, in questi anni ha indebolito il sistema, alimentando la paura attraverso la ricerca ossessiva di un capro espiatorio.
Più pene, più reati, più carcere, accanto a mancati investimenti sulle forze dell’ordine, sulle competenze e le professionalità presenti nella filiera della sicurezza hanno solo mostrato la faccia truce dello Stato, ma non impedito che i cittadini si sentissero meno sicuri e che le carceri, sovraffollate, abdicassero definitivamente alla loro funzione costituzionale. Tutte le ricette del governo Meloni e del suo ministro Piantedosi si sono rivelate inefficaci. La prevenzione una chimera. L’ultima trovata di Salvini di militarizzare le stazioni, per esempio, acclara il totale insuccesso delle zone rosse, fallite anche perché prive dei controlli necessari.
Un vero circolo vizioso, di fronte al quale come centrosinistra abbiamo ora la straordinaria occasione di mettere in campo idee alternative. Anche perché sono proprio le categorie socialmente più deboli le prime vittime potenziali dell’insicurezza ed esiste un modo democratico di assicurare il diritto alla sicurezza. Prevenzione, presenza sul territorio, coordinamento tra istituzioni, formazione delle forze dell’ordine, regole chiare e controllo democratico sono obiettivi possibili, lo sono stati anche con i precedenti governi di centrosinistra.
Come raccontano Bonini e Gabrielli nel loro libro “Contro la paura”, difendersi senza perdersi si può e si deve. Anche con la cura dello spazio pubblico, con una prossimità organizzata tra polizie locali e servizi sociali e sanitari, con la sinergia tra istituzioni nazionali e comuni, che sono in prima linea e reclamano da tempo più attenzione e concretezza. La sicurezza relazionale si contrappone al modello securitario perché punta sulla prevenzione, sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sulla capacità di tenere insieme e far vivere bene le persone invece che metterle le une contro le altre, in un’eterna ansia securitaria. È un discorso che vale anche per i migranti.
I flussi migratori non sono un fenomeno emergenziale ma strutturale e vanno gestiti, partendo dalla consapevolezza che in Italia un lavoratore su 7 è extracomunitario (dati Inps), con un aumento del 35% negli ultimi 6 anni destinato a crescere ancora perché è dalla forza lavoro di queste persone che dipendono la capacità produttiva e la base contributiva del nostro Paese, oltre che la scommessa demografica. Questa visione strategica della sicurezza come bene comunque ha radici profonde nella cultura e nella capacità di governo del centrosinistra, dai vertici al livello locale, con i sindaci in prima fila. La serietà, l’equilibrio, il rispetto dei diritti e delle regole possono (e devono, per il bene del Paese) tornare ad essere la cifra delle politiche sulla sicurezza.
*Componente commissione Affari costituzionali










