di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 28 luglio 2026
La questione della presa di distanza dai violenti in Val di Susa. De Pascale: “Quella roba non ci appartiene”. Gualtieri e il modello di sicurezza democratico. Il tema della sicurezza non è di destra, non può essere lasciato soltanto alla destra. A sinistra sembrano averlo finalmente capito, ma è un risveglio lento, tardivo, sofferto. Il sindaco Beppe Sala condanna la guerriglia in Val di Susa come l’”atto criminale” di chi ha voglia “della violenza per la violenza”. E mentre si duole perché alla sua parte politica viene data “un po’ la colpa di essere indulgente nei confronti di alcune manifestazioni violente”, fa luce su uno dei tanti coni d’ombra che rendono non sempre limpida la posizione del Campo largo, o progressista che sia: “Io non credo che noi a sinistra siamo indulgenti. Ecco, dobbiamo stare attenti a non rischiare di mostrarlo”.
La diplomazia del primo cittadino di Milano non basta a velare l’imbarazzo con cui la sinistra, dal Pd ad Avs, ha affrontato le cronache del caso Roggero, della morte di Fakir a Bologna e delle violenze in Val di Susa. Se Sala evoca l’indulgenza, Antonio Padellaro da giorni rigira la punta della penna dove fa più male e costringe le opposizioni a riflettere usando termini e interrogativi ben più crudi. Perché, si chiede l’ex direttore dell’Unità, la “specchiata e coerente” Elly Schlein “ha aspettato due giorni prima di condannare la guerriglia militarizzata in Val di Susa”? Forse per il timore di riecheggiare le parole d’ordine della destra? O per paura, affonda Padellaro, “di perdere voti in quel mondo” che gravita attorno a movimenti violenti?
Il cofondatore del Fatto sta rileggendo gli “straordinari articoli” firmati da Rossana Rossanda sul Manifesto nei giorni drammatici del sequestro Moro - le Br e “l’album di famiglia” - e offre ai leader della minoranza un consiglio non richiesto e forse non gradito: “Perché non prendere esempio da quei modelli di sinistra autentica, per dire “quella roba ci appartiene”?”.
Se a guidare il Pd fosse Michele de Pascale, il presidente dem dell’Emilia-Romagna risponderebbe con estrema nettezza: “Quella roba non ci appartiene affatto. Non abbiamo niente a che fare con quel pezzo di mondo che protesta in maniera violenta e lede il diritto di manifestare pacificamente”. De Pascale replica anche alla provocazione di Padellaro e sfida la premier: “Io non voglio essere votato da loro, che tra l’altro votano forze non riconducibili al centrosinistra. E non capisco perché Meloni può dire che lei con Vannacci non c’entra nulla e io invece mi devo far carico dei violenti”.
Non molto diversa la tesi di Massimo Cacciari, ex deputato del Pci ed ex sindaco di Venezia. Il filosofo, che in genere non risparmia critiche alla sinistra, sui temi della sicurezza sferza Meloni e gli “pseudostatisti” al governo: “Non perdono occasione per dividere e strumentalizzare fatti di cronaca, come nessun esponente della Dc si sognò mai di fare con i comunisti durante gli anni di piombo”. Perché allora i leader dell’opposizione sembrano sempre in affanno su legalità e sicurezza? Qui Cacciari si infuria. Per lui Schlein ha giustamente espresso “chiarissima condanna” nei confronti dei violenti e non ha bisogno di altri esami del sangue: “Cosa vogliono, gli statisti al governo, la resa totale di ogni tradizione politica? Schlein dovrebbe invocare leggi speciali e rinnegare ogni aspetto di vaga cultura garantista? In democrazia non si risponde ad atti come quelli a cui stiamo assistendo con leggi speciali e interventi di natura poliziesca”.
A sentire ancora Padellaro, il problema di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli è che Meloni, “pur avendo responsabilità enormi, ha saputo occupare lo spazio della sicurezza”. Mentre il quartetto che si candida per l’alternativa “non assume una iniziativa unitaria per condannare le violenze, resta su posizioni generiche e reagisce sempre in ritardo”. Tentennamenti e cautele che stridono con la nettezza di governatori e sindaci, più pragmatici che ideologici. Per Roberto Gualteri il centrosinistra “ha tutte le carte” per promuovere un modello di sicurezza democratico che tenga insieme “protezione, diritti, legalità e inclusione e che si basi sulla collaborazione tra istituzioni territoriali e forze dell’ordine, che hanno una straordinaria professionalità”. Il primo cittadino della Capitale, che a maggio ha lanciato il Piano Roma Notte, pensa che “una città più curata, con servizi sociali e culturali e una migliore qualità urbana, sia anche una città più sicura”.
Come Gualtieri, anche Stefano Lo Russo ritiene che la chiave della sicurezza sia la prevenzione. Sul Corriere il sindaco di Torino ha invocato una “riflessione operativa” per rafforzare gli strumenti di intelligence preventiva e individuare i violenti, prima che entrino in azione. Lo Russo critica sia chi (da destra) strumentalizza gli scontri per delegittimare “un’intera comunità”, sia chi (da sinistra) ridimensiona o giustifica le responsabilità dei violenti. Errore altrettanto grave. Perché, la storia italiana insegna, “la violenza viene sconfitta quando resta sola, priva di alibi, di coperture e di rendite politiche”.










