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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 15 luglio 2026

Ci risiamo: al consiglio dei ministri convocato in un caldissimo, e non solo dal punto di vista meteorologico, pomeriggio di luglio Giorgia Meloni suona il campanello di Palazzo Chigi e vara l’ennesimo inasprimento delle leggi sulla sicurezza. Si tratta delle norme che dalle parti della maggioranza vengono definite “anti-maranza”: questa volta puntano ad estendere la facoltà del fermo anche alle varie branche della polizia locale. Vedremo come la destra si smarcherà dalle tutele costituzionali, dopo i passi falsi e le forzature degli altri decreti repressivi.

Di certo, Meloni punta a criminalizzare un’intera categoria, quella dei cosiddetti maranza, che sfugge a definizioni precise e identikit stringenti. Dalla stessa etichetta forgiata dalla propaganda retequattrista traspare l’arbitrio e pericolosi vuoti giuridici. Forse non era mai successo che una fattispecie penale arrivasse con questa velocità direttamente a Palazzo Chigi dai bassifondi dell’informazione, dalle campagne mediatiche xenofobe al potere esecutivo, dalle crociate delle zanzare al diritto penale. Dai tempi della prima rivoluzione industriale, il controllo corrisponde alla creazione delle classi pericolose: si tratta di trasformare le questioni sociali in problemi di carattere penale. Generando l’ennesimo allarme gli attuali governanti prendono tre piccioni con un maranza: criminalizzano al tempo stesso i giovani, i poveri, i migranti.

Nel paese dell’inverno demografico e del razzismo differenzialista queste figure si sovrappongono. È noto che i ceti dirigenti meloniani sono transitati direttamente dal ghetto delle sezioni missine ai palazzi del potere berlusconiano. È una caratteristica, questa, che emerge anche dalla composizione anagrafica del governo elaborata da Openpolis: trattasi dell’esecutivo politico più anziano della storia repubblicana. L’odio per i giovani si nasconde dietro le facce consunte delle fasi politiche precedenti, nei volti di quel medesimo blocco di potere che c’era anche a Genova nel 2001 accanto a Gianfranco Fini nella centrale di comando della polizia. Oppure che ha approvato la riforma Gelmini che ha finito di devastare l’università. O, ancora che ha prodotto la legge Bossi-Fini che espone al ricatto e alla clandestinità migliaia di uomini e donne.

L’invenzione del maranza serve a proiettare tutte le odiose campagne contro i “clandestini” ancora oltre. Una volta si puntava il dito contro i senza diritti, uomini e donne ingabbiati da una legge che di fatto non prevede accessi legali, adesso ci si rivolge anche verso quelli che non solo hanno regolare permesso di soggiorno, ma sono a tutti gli effetti italiani. Lo abbiamo imparato in queste settimane dalle retoriche sulla “remigrazione”: nel mirino finiscono tutti quelli che si possono considerare come “non integrati”, altra categoria che serve a disegnare la zona grigia dei senza diritto. Chi e come stabilirà il grado di integrazione di una persona?

Questi misteriosi invasori della quiete arrivano dalle periferie metropolitane. Ci parlano delle nostre città, che abbiamo visto sui piccoli schermi dei nostri cellulari, location dei safari social dei tutori del decoro che tuonano contro le invasioni prima di tornarsene nelle sicure zone gentrificate dei centri storici a scommettere con i vostri soldi sulla prossima emergenza. Questo rancore, violento eppure velleitario, rivela l’egemonia debolissima della destra, la sua pretesa di rappresentare un fantomatico “popolo”, che non è affatto omologato e assimilabile ad alcuna purezza etnica o conformità culturale. Perché il governo più vecchio della storia della Repubblica straparla di gente comune ma è anche quello più barricato nelle gated communities del privilegio. Ma non basteranno cento decreti sicurezza a blindare questa pretesa di immunità.