di Conchita Sannino
La Repubblica, 27 settembre 2026
La devianza difficile da arginare? La crisi sulla sicurezza? Colpa dei magistrati buonisti. E il putiferio è servito. “Lo so che ci sono le carceri riempite”, è la premessa del vicepremier Antonio Tajani, per intendere le celle sovraffollate al 160%, in spregio di norme e diritti inviolabili. “Ma troppi arrestati in flagranza vengono subito rimessi in libertà da giudici perdonisti. Questo crea allarme sociale e demotiva polizia e carabinieri”. Insomma: “Alcune toghe devono mettersi la mano sulla coscienza. Colpirne uno per educarne cento”, sentenzia. È la giustizia vista dal leader azzurro. Che, non nuovo a intemerate contro lo strapotere delle toghe, compatta giudici e avvocati. “Tajani contro lo Stato di diritto”, reagisce l’Anm. Parole “sbagliate e pericolose” anche per le Camere Penali. E stoccate dall’opposizione. “Il vicepremier rispolvera il lessico delle Br. Altro che destra moderata”, infilza Magi da +Europa. Frasi “demagogiche e populiste” anche per la dem Serracchiani.
Tutto nasce dal contraddittorio con alcuni cittadini. Una donna interrompe l’intervento di Tajani al Villaggio della legalità di ieri a Roma. “Vogliamo più sicurezza”, l’sos riguarda le borgate. Il ministro sospira, srotola la sua ricetta: “Serve più rigidità da parte della magistratura. Se c’è un arrestato, ad esempio a tarda sera, le forze dell’ordine restano anche tutta la notte a verbalizzare. La mattina dopo, il magistrato lo rimette in libertà e loro, dopo aver fatto 24 ore ininterrottamente, si vedono quello che gli sorride in faccia, e lo ritrovano che spaccia”. Tajani alza le mani: “Non è che decidiamo noi su quello che fa la magistratura. Ma dico ai giudici: dobbiamo anche dare segnali”. Insomma: “colpirne uno per educarne cento”.
“Esterrefatti” si dicono i magistrati, nella nota della giunta Anm. Perché “le parole del vicepremier danno spazio a una logica contraria a ogni Stato di diritto. I magistrati devono semplicemente applicare la legge. La sicurezza non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura. La giustizia non è strumento di intimidazione”. E dice no anche l’avvocatura. “È sbagliato e pericoloso per la democrazia immaginare di poter chiedere al giudice provvedimenti esemplari anziché l’applicazione della legge - mette in chiaro Francesco Petrelli, a nome dei penalisti italiani - Il giudice è sottoposto solo alla legge, e non può piegarla a finalità politiche e a logiche simboliche e securitarie”. Non nasconde il disagio, il presidente delle Camere Penali. Lo stesso provato da Petrelli quando, tutti uniti sul palco della campagna referendaria per il sì, a gennaio, Tajani promise che avrebbero anche tolto “la polizia giudiziaria dalle mani dei pm”. Un vecchio pallino del leader azzurro. Che anche ieri sera torna su X e tiene il punto: “Non ho mai chiesto di disapplicare la legge, ma di applicarla in pieno. Lo Stato di diritto prevede che nessun innocente debba finire in carcere. Non che gli arrestati in flagranza possano tornare a delinquere il giorno dopo”.









