di Christian Raimo
Il Domani, 29 luglio 2026
Negli anni Novanta Rudolph Giuliani fa di New York la vetrina mondiale della cosiddetta tolleranza zero, mentre gli Stati Uniti costruiscono il più grande sistema carcerario della storia. Loïc Wacquant parla di passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale: il carcere come gestione della marginalità prodotta dallo smantellamento del welfare; Jonathan Simon di governare con il crimine, la paura come principio ordinatore della politica. Vi fischiano le orecchie? Qualche tempo fa ero stato coinvolto da alcuni studenti nell’organizzare un dibattito su “la scuola come spazio sicuro”. I ragazzi intendevano ragionare sulla possibilità di sentirsi al sicuro nei loro contesti: poter parlare esponendosi, senza sentirsi giudicati o aggrediti. Ma il termine “sicurezza” era ambiguo: evocava invece, per molti, controllo, telecamere, disciplina se non repressione.
Oggi nel discorso pubblico abbiamo lo stesso problema: un’identificazione tra sicurezza e ordine poliziesco che è il risultato di una battaglia semantica durata decenni, di uno slittamento che ha svuotato la parola di alcuni significati per riempirla di altri. Perché un concetto che per gran parte del Novecento indicava soprattutto protezione sociale - lavoro, previdenza - è diventato il nome di un dispositivo penale? Senza più limiti. Se la destra soffre lo Stato di diritto Dalle origini Securitas, in latino, viene da sine cura: senza preoccupazione. Per Cicerone e Seneca è anzitutto una condizione dell’animo; con l’età imperiale diventa un attributo politico, la securitas publica che l’imperatore garantisce ai sudditi compare sulle monete come una dea: appoggiata a una colonna o a un altare, sembra proprio una ragazza senza preoccupazioni di sorta.
Il termine è sempre oscillato tra due poli: soggettivo (sentirsi al sicuro) e oggettivo (essere messi al sicuro dal potere). Ma la vera centralità politica l’abbiamo con il Leviatano (1651) di Hobbes, che fonda il contratto sociale proprio sullo scambio tra obbedienza e protezione: gli uomini escono dalla guerra di tutti contro tutti cedendo la libertà naturale a un sovrano che garantisce loro la vita. The safety of the people è il fine dello Stato, la sua ragion d’essere. È un’intuizione che attraversa tutta la modernità e che fautori e critici del securitarismo evocheranno in positivo o in negativo, dimenticando quanto fossero deboli le sovranità statali allora, tra guerre dei trent’anni e pestilenze. Dovremmo almeno recuperare il dibattito illuministico - Montesquieu che definisce la libertà politica come “quella tranquillità di spirito che proviene dall’opinione che ciascuno ha della propria sicurezza” - per seguire la linea che porta al garantismo liberale, all’habeas corpus, ai diritti dell’imputato. Quel respiro che manca nell’aria mefitica del dibattito attuale. Insieme si sviluppa, con la scienza di polizia tedesca e francese, l’idea di un’amministrazione capillare della vita collettiva. Michel Foucault individuerà proprio qui la nascita dei dispositivi di sicurezza: non più la legge che vieta, ma un potere che governa (leggi: controlla) la popolazione calcolando i rischi. La sicurezza come tecnologia di governo, non come risposta al crimine: ecco la matrice fondamentale della critica al securitarismo. Passerella in Val di Susa e attacchi a Schlein. Sulla sicurezza la propaganda infinita di Meloni Fino al Novecento Il Novecento conosce anche un’altra storia della sicurezza che oggi tendiamo a dimenticare. Tra le due guerra sicurezza comincia a significare sicurezza sociale. Il rapporto Beveridge del 1942 progetta il welfare state britannico, promette di liberare i cittadini dai “cinque giganti”: bisogno, malattia, ignoranza, squallore, ozio forzato. Roosevelt aveva già varato nel 1935 il Social Security Act. La Costituzione del 1948 pratica la sicurezza in questo senso - lavoro, previdenza, tutela della salute (articoli 4, 38 e 32) - e compare come limite alle libertà o all’impresa (articoli 16, 17 e 41). Per i gloriosi trent’anni del dopoguerra essere al sicuro significa soprattutto non essere esposti alla disoccupazione, alla malattia, alla vecchiaia senza pensione. Robert Castel, in L’insicurezza sociale (2003), ricostruisce questa parabola: le società moderne sono le più protette della storia proprio grazie allo Stato sociale, eppure sono quelle che si sentono più insicure. Questa cavolo di percezione della sicurezza! In Italia nel dopoguerra non si parla di sicurezza ma di ordine pubblico: il lessico dello Stato liberale e poi fascista, ereditato dal Testo unico del 1931 mai integralmente abrogato.
Si tratta di sottomettere le rivolte delle classi subalterne, operai e braccianti, come nell’Ottocento: ordine pubblico e sicurezza sono già eufemismi per repressione. Gli anni Settanta portano la prima grande torsione: di fronte al terrorismo, lo Stato risponde con la legislazione d’emergenza. Il dibattito di allora - tra chi difende l’emergenza come male necessario e chi, i garantisti seri (per es. Ferrajoli), denuncia un “diritto penale del nemico” destinato a sopravvivere all’emergenza - anticipa tutti i successivi. Al referendum del 1978 sulla legge Reale il Pci di Berlinguer difende la legge in nome della fermezza (sic!): stretta tra tradizione garantista e ragion di Stato, la sinistra storica sceglie la seconda e amen. E poi c’è la svolta punitiva, dal famoso articolo di Wilson e Kelling del 1982 sulle Broken Windows: la teoria delle finestre rotte sostiene che il disordine minore (vetri infranti, graffiti, accattonaggio, il famoso degrado…) se tollerato genera una spirale che sfocia nella criminalità grave.
Teoria scientificamente fragilissima, ma politicamente irresistibile: offre una spiegazione semplice e un colpevole visibile, non le cause sociali del crimine ma i comportamenti dei poveri. Negli anni Novanta Rudolph Giuliani fa di New York la vetrina mondiale della cosiddetta tolleranza zero, mentre gli Stati Uniti costruiscono il più grande sistema carcerario della storia: dal 1975 al 2000 la popolazione detenuta quintuplica, con una sproporzione razziale smisurata. Loïc Wacquant parla di passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale: il carcere come gestione della marginalità prodotta dallo smantellamento del welfare; Jonathan Simon di governare con il crimine, la paura come principio ordinatore della politica.
Vi fischiano le orecchie? Meloni criminalizza i minori. “Imputabili anche a 14 anni” Modello Italia È il modello che l’Italia importa negli anni Novanta, quando la sicurezza nasce come tema politico autonomo e si parla di “sicurezza urbana”: questione locale, di nuovo percepita, fatta di degrado e stranieri, inventata dalla Lega, dai sindaci, dai comitati di quartiere e dai panici morali dei media (albanesi, lavavetri, zingari, sostituibili all’infinito: oggi i “maranza”), ma anche dalla sinistra (che già allora si accoda), tra il laboratorio Città sicure e la Turco-Napolitano che con i Cpt inventa la detenzione amministrativa degli stranieri, poi completata dalla Bossi-Fini.
Il precipitato arriva nel 2007: dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, Walter Veltroni dichiara che “prima dell’ingresso della Romania nell’Ue, Roma era la città più sicura del mondo” e chiede di poter espellere i comunitari (“non si può aprire i boccaporti”, già!); il governo Prodi vara in poche ore un decreto espulsioni e è subito rincorsa - la sicurezza “né di destra né di sinistra”, i sindaci sceriffi - che non evita la sconfitta del 2008 (nemmeno a Roma! memo!) e apre al pacchetto Maroni: reato di clandestinità, ronde, militari in strada ancora oggi. Seguono il daspo urbano e il “decoro” di Minniti, i porti chiusi di Salvini, e il panpenalismo del governo Meloni: dall’anti-rave a Cutro e Caivano alla legge 80/2025 che punisce la resistenza passiva, fino ai pacchetti del 2026, con fermo preventivo ai cortei e zone rosse, e al ddl di luglio sulla violenza di gruppo minorile: sei provvedimenti in quattro anni in uno dei paesi più sicuri del mondo.
Nel frattempo le carceri sono l’inferno in terra. Eppure esiste per fortuna un controcanto che prova a riprendersi la parola: negli ultimi anni è stato soprattutto il femminismo e il nuovo sindacalismo: chi ha voluto non farsi coinvolgere dalla retorica securitaria di fronte ai casi di femminicidio o di morti sul lavoro, le vere emergenze sociali. La violenza abita le case e non le stazioni, la vera insicurezza sono i mille morti sul lavoro l’anno. Occorre difendere, proprio per sentirsi al sicuro, il diritto di manifestare attaccato sempre di più (Divieto di protestare di Annalisa Camilli, Einaudi 2026). Perché sicuro è chi ha un lavoro che non uccide, una casa da cui non può essere sfrattato, una biblioteca aperta la sera. Visto che “sicurezza” ha già cambiato significato infinite volte nel corso dei secoli, nulla vieta che lo cambi ancora.
*Scrittore e traduttore










