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di Luca Blasi e Gianluca Peciola

Il Manifesto, 18 dicembre 2024

Dopo la manifestazione di sabato 14 dicembre che ha visto finalmente la convergenza di tante realtà di lotta, a gennaio la mobilitazione continua. Per battere l’autoritarismo. Li abbiamo presi sul serio. Abbiamo creduto al progetto che dichiarano e mettono in opera a suon di decreti e disegni di legge, come quello che abbiamo ribattezzato “ddl paura”. La manifestazione di sabato 14 dicembre è stata una dimostrazione di coscienza politica superiore, alta al livello della sfida che il governo sta portando all’architettura istituzionale democratica.

Così, dopo due anni di spallate governative alle porte della democrazia, la piazza si è ripresa la parola con una contronarrazione che denuncia senza esitazioni il progetto autoritario del governo. Il corpo ideologico della destra di governo è un flusso valoriale e politico in cui convergono fattori di opportunismo di casta (la conservazione del ceto politico originario missino e leghista), ammaestramenti più o meno creativi dei diktat del mercato e ricezione confusa di condizionamenti culturali passati e presenti (nazionalisti, fascisti, del conservatorismo e del populismo occidentale e orientale).

Ma il suo tratto prevalente, appunto, è l’antidemocraticismo: va minato l’impianto solidaristico del welfare e colpite le persone in migrazione, vanno indebolite le conquiste legislative e culturali delle donne, va aggredito formalmente il diritto al dissenso e al conflitto, va sfiduciata pubblicamente l’idea di scuola come luogo di opportunità di crescita democratica, va colpita l’immagine della magistratura al fine di screditarla e sottometterla. Questa fase destruens è stata accompagnata dalla profilazione di un’altra idea di stato e di democrazia, caratterizzati da una radicale verticalizzazione dei processi decisionali (premierato), dello svilimento del ruolo del parlamento (a dire il vero già avviato da altre coalizioni), dalla sottomissione della magistratura all’esecutivo e dalla criminalizzazione del dissenso e del conflitto (il ddl sicurezza).

Di fronte alla gravità dell’attacco una forza inaspettata, nata dal coordinamento tra diversità, tra vertenze sociali, movimenti civici, sindacati, organizzazioni per i diritti umani, una coalizione eterogenea di comunità e tante persone singole, dal collettivo di fabbrica Gkn a organizzazioni umanitarie internazionali, ha rimesso al centro della politica la tenuta democratica del paese. Lo ha fatto attraverso la mobilitazione pubblica e il richiamo al conflitto come motore democratico e strumento del cambiamento sociale egualitario.

Lungo il percorso della manifestazione le diverse anime hanno tirato in avanti il filo dell’orizzonte minimo, prospettando l’obbligo di continuare la mobilitazione, facendola diventare ancora più diffusa, fino al risultato del ritiro del disegno di legge e alla crisi del governo autoritario che lo ha prodotto. La complessità di questa mobilitazione, il suo carattere reticolare, orizzontale e finalmente convergente deve nutrirsi di spazi sociali larghi, di alleanze di popolo, della curiosità discente della politica alta e del suo sostegno non invadente, di cooperare in libertà e in radicalità.

Se quella piazza ha avuto un tratto comune, è quello di sentirsi insorgenza non tracciata dalle mappe note della politica, fatto conflittuale nuovo, progetto in formazione che già sposta la linea di azione verso tutto ciò che di ingiusto aggredisce umanità, ambiente, diritti. Bastava ascoltare le voci del corteo, il brulicare di progetti individuali e collettivi, tutti incompatibili con la dominanza di questo sistema economico fondato sullo sfruttamento, sul patriarcato e la guerra. Abbiamo visto una piazza che mentre rimette al centro della politica la parola e la pratica del conflitto contro la svolta autoritaria, vuole prendere il largo dei diritti complessivi, quelli che per essere soddisfatti hanno bisogno di una vera rivoluzione.

A gennaio ci aspettano settimane importanti di mobilitazione. Questo pacchetto normativo ci farà conoscere un altro paese: c’è un Italia del prima e dopo il ddl della paura. Questa mobilitazione chiama ogni settore della società civile a convergere, in libertà di azione e di pensiero, chiede a ognuno e ognuna di coordinarci verso l’obiettivo minimo del ritiro del ddl, per mettere in crisi l’attuale opzione autoritaria. Fino alla caduta del governo Meloni e oltre.