di Stefano Lo Russo*
Corriere della Sera, 5 gennaio 2026
Nel dibattito pubblico italiano la sicurezza continua a essere trattata come una bandiera ideologica: da una parte l’enfasi sull’ordine pubblico, dall’altra l’accusa di lassismo. È una semplificazione utile allo scontro politico quotidiano, ma poco efficace per i cittadini. Nelle democrazie avanzate la sicurezza è una politica pubblica complessa, che funziona solo quando competenze diverse e livelli istituzionali differenti agiscono in modo coerente e coordinato. Quando questo non accade, le responsabilità si disperdono, l’azione pubblica perde efficacia e si indebolisce l’intervento dello Stato.
Per uscire da una contrapposizione ormai sterile è necessaria una premessa di metodo: le politiche economiche, sociali e fiscali si definiscono innanzitutto a livello nazionale. Ai Comuni spetta un ruolo essenziale ma distinto: la rigenerazione urbana, la cura dello spazio pubblico, la prossimità. Funzioni decisive, ma non sostitutive delle responsabilità dello Stato centrale. Allo stesso tempo, la sicurezza non si costruisce solo dall’alto verso il basso: si alimenta anche nella capacità delle città di attivare le energie sociali che operano quotidianamente nei territori.
È in questa sussidiarietà che si gioca l’efficacia delle politiche di sicurezza. Quando il contesto sociale peggiora e il presidio statale si indebolisce, le città si trovano esposte a pressioni che non possono governare da sole. I dati economici aiutano a comprendere la portata del problema. Nel 2023 i redditi delle famiglie italiane sono diminuiti in termini reali per il secondo anno consecutivo: a una crescita nominale del 4,2% si è contrapposta un’inflazione media del 5,9%, con una perdita reale di circa l’1,6%.
Nel confronto europeo, tra il 2022 e il 2024 il reddito reale disponibile pro capite è cresciuto in media nell’Unione europea di oltre il 2%, mentre in Italia la dinamica è stata nulla o negativa, ampliando il divario con Francia, Germania e Spagna. Nel 2024 è aumentata anche la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, arrivata al 23,1%, pari a circa 13,5 milioni di persone. Gli indicatori distributivi confermano una diseguaglianza strutturalmente elevata: il rapporto tra il reddito del 20% più ricco e quello del 20% più povero resta superiore a 5 e oltre il 10% degli occupati è a rischio di povertà.
Non si tratta di marginalità residuali, ma di un’area sociale ampia e crescente di instabilità economica e relazionale. Questi dati non sono neutri rispetto alla sicurezza. Le società più povere e diseguali sono anche quelle in cui aumentano conflitti e criminalità diffusa. La sicurezza sociale non è alternativa alla sicurezza urbana: ne è una precondizione. Ignorare questo legame significa intervenire solo sulle manifestazioni finali del problema, senza affrontarne le cause. Negli ultimi anni molte città, anche grazie al Pnrr, hanno investito nella rigenerazione urbana, nella qualità dello spazio pubblico e nei servizi di prossimità.
A sostenere questo impegno ha contribuito anche una risorsa decisiva: il tessuto civico, sociale e solidale che tiene insieme le comunità e costituisce una vera infrastruttura di sicurezza. Questa rete pubblico-privata è capace di intercettare il disagio prima che diventi conflitto e di rafforzare coesione e prevenzione, in integrazione con l’azione dello Stato, senza poterne sostituire le responsabilità fondamentali. La rigenerazione urbana esprime infatti il suo pieno potenziale solo se accompagnata da un presidio di legalità costante e visibile.
E qui emerge una contraddizione evidente: a fronte di città chiamate a reggere pressioni crescenti, questo presidio si è indebolito. Secondo i dati del ministero dell’Interno, al 31 dicembre 2024 la carenza organica della Polizia di Stato supera le 11.000 unità, circa il 10% della dotazione nazionale; il turnover limitato al 75% e l’età media elevata del personale riducono la capacità di controllo del territorio: una criticità strutturale che non può essere colmata da interventi simbolici o da scorciatoie legislative.
Così come è illusoria l’idea che il solo inasprimento delle pene produca automaticamente maggiore sicurezza. La sicurezza non è solo controllo, ma anche fiducia nelle istituzioni. La variabile decisiva non è la durezza della pena, ma la certezza della sanzione. Questo scarto si riflette con chiarezza nel sistema penale e carcerario. La funzione rieducativa e di reinserimento prevista dalla Costituzione è un fattore concreto di sicurezza collettiva: nei Paesi che investono in misure alternative alla detenzione i tassi di recidiva scendono sotto il 30%, mentre in Italia superano il 65%.
Il sovraffollamento e l’assenza di percorsi efficaci trasformano il carcere in un fattore di insicurezza. La sicurezza riguarda infine anche ambiti spesso meno considerati: sanità territoriale, salute mentale, dipendenze. Sono strumenti di prevenzione che intervengono sulle cause profonde del disagio e contribuiscono in modo diretto alla sicurezza urbana. Ecco, quindi, perché una sicurezza efficace richiede adeguati investimenti in tanti settori e maggior cooperazione tra livelli di governo.
*Sindaco di Torino e coordinatore nazionale dei sindaci del Pd









