di Leonardo Becchetti
Avvenire, 19 settembre 2026
La sicurezza è tornata al centro delle preoccupazioni degli italiani. Nell’aggiornamento Ipsos pubblicato a fine luglio, il 38 per cento indica crimine e violenza tra i principali problemi del Paese, davanti a sanità (34), disoccupazione (31), povertà e disuguaglianze (27) e tasse (24). Già a gennaio il 46 per cento dichiarava di sentirsi meno sicuro rispetto a tre anni prima. Tra le cause: comportamenti violenti tra i giovani (55 per cento) e immigrazione irregolare e non controllata (44 per cento). Sono percezioni da prendere sul serio. Ma prenderle sul serio non significa assumerle automaticamente come fotografia della realtà.
Ed è qui che i nuovi dati del Rapporto sul BenVivere e la Generatività dei territori 2026, che presenteremo alla prossima edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, ci consegnano un risultato importante. Il Rapporto confronta, in 53 aree vaste italiane, otto dimensioni del benvivere misurate attraverso indicatori statistici con la valutazione espressa da circa 6.000 cittadini. Sulla sicurezza emergono due fatti da tenere insieme.
Il primo è che esiste un deterioramento reale: il 43,4 per cento dei territori è in declassamento e gli indicatori peggiorano per omicidi, reati contro le persone e reati economici, mentre diminuiscono leggermente i reati contro le cose. Sarebbe quindi sbagliato liquidare la domanda di sicurezza come un’invenzione. Il secondo fatto fa ancora più impressione. Su una scala normalizzata da 70 a 130, la distanza media tra sicurezza reale e percepita è di 20,9 punti: di gran lunga il divario più elevato tra tutte le dimensioni considerate.
I cittadini vedono dunque un deterioramento che in parte esiste, ma lo rappresentano in misura molto più grave di quella restituita dagli indicatori oggettivi. Questo scarto conta perché la percezione, anche quando è imprecisa, produce conseguenze reali. Nel Rapporto il BenVivere percepito presenta una correlazione con la soddisfazione di vita pari a 0,836, contro 0,483 del BenVivere misurato attraverso dati oggettivi.
Non significa che la realtà non conti, né che una correlazione dimostri causalità. Significa però che viviamo anche dentro la rappresentazione che costruiamo del mondo. Possiamo abitare in un territorio relativamente sicuro e stare peggio se siamo convinti di vivere circondati da minacce. Uno sguardo più lungo rende il contrasto ancora più evidente. Steven Pinker, in The Better Angels of Our Nature, raccogliendo una vasta letteratura storica sulla violenza, ricorda come nel corso dei secoli la probabilità di morire per mano di un altro essere umano sia drasticamente diminuita.
In Italia il tasso di omicidi è passato da circa 5,9 ogni 100mila abitanti alla fine dell’Ottocento a circa 0,6 nel quinquennio 2020-2024. Questo non significa che la violenza diminuisca sempre né che gli aumenti recenti vadano minimizzati. Significa però che il nostro giudizio sul presente può perdere facilmente la prospettiva storica. Perché allora percezione e realtà possono divergere così tanto? Tversky e Kahneman parlavano di “euristica della disponibilità”: tendiamo a stimare la probabilità di un evento sulla base della facilità con cui ce ne vengono in mente esempi.
E la cronaca non è un campione casuale della realtà. Un omicidio, un’aggressione, una rapina sono giustamente notizie. Le migliaia di luoghi e giornate nei quali non accadono non lo sono. Il numeratore arriva ogni sera nelle nostre case; il denominatore quasi mai. I media possono quindi non limitarsi a riflettere le percezioni, ma contribuire a formarle. In un lavoro con Berkan Acar sui dati della European Social Survey abbiamo trovato che, a parità di istruzione, condizione professionale, età, genere e orientamento politico, più tempo trascorso davanti alla televisione è significativamente associato a una valutazione più negativa del contributo degli immigrati all’economia del Paese ospitante.
Tra le spiegazioni compatibili con il risultato vi sono la sovrarappresentazione degli eventi negativi che coinvolgono migranti e la scarsa presenza della loro voce nel racconto televisivo. Il problema diventa allora politico. Una buona politica della sicurezza deve ridurre i reati, presidiare i territori, contrastare l’illegalità e governare l’immigrazione irregolare. Ma deve anche evitare che la paura diventi una tecnologia del consenso.
Se si enfatizza continuamente il singolo episodio senza fornire la scala del fenomeno, una notizia vera può produrre una rappresentazione falsa. Per questo, come abbiamo già scritto, servirebbe un piccolo “diritto al denominatore”. Quando il servizio pubblico racconta un fatto di cronaca ad alto impatto emotivo dovrebbe accompagnarlo, quando possibile, con pochi dati: quante volte accade in rapporto alla popolazione, come è cambiato negli ultimi cinque o dieci anni, quali territori e gruppi sono realmente più esposti.
Non per minimizzare il delitto, ma per dargli la giusta dimensione. La sicurezza è un diritto troppo importante per essere lasciato alla contesa tra chi nega i problemi e chi li amplifica. La sfida è doppia: rendere le nostre città più sicure e rendere più accurata la nostra percezione della loro sicurezza. Perché la paura di un pericolo è essa stessa un fatto reale. E quando cresce molto più del pericolo che dovrebbe rappresentare finisce per ridurre il benessere, erodere la fiducia e cambiare il modo in cui guardiamo gli altri.









