di Eleonora Martini
Il Manifesto, 11 marzo 2026
“Dei delitti e delle pene”: nel primo numero dell’anno, MicroMega fa il punto sulla giustizia del XXI secolo. Tassatività, determinatezza, materialità, offensività. Alzi la mano chi sa di cosa stiamo parlando. Sono i principi costituzionali ai quali dovrebbe sottostare qualsiasi norma incriminatrice affinché si possa ridurre la “divergenza tra ius quia iustum (diritto che è tale perché giusto) e ius quia iussum (diritto tale per il solo fatto di essere sancito)”. Di questi tempi di grande abbuffata simbolica del diritto penale il pericolo di rimanere disorientati è alto ma l’ultimo numero di MicroMega, il primo del 2026 - Dei delitti e delle pene. Carcere e penalità nel XXI secolo (pp. 272, euro 18) - è un’ottima bussola e un valido strumento per riconoscere le trappole della giungla panpenalista. Per esempio, tra le numerose firme del volume, Luigi Manconi e Federica Resta, autori delle righe appena citate, ricostruiscono l’evoluzione storica della “pena, tra colpa reinserimento e speranza”.
In ogni società democratica, fa notare a sua volta Mauro Palma, già Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà personale, “una volta stabilito quali comportamenti illeciti determinino una effettiva lesione del tessuto” collettivo e “come tali richiedano la sanzione penale”, occorre poi “chiederci per quali reati sia necessaria, proporzionata e utile la privazione della libertà personale”. Ma quando, come in particolare negli ultimi anni, il sistema di esecuzione penale perde la via maestra dettata dalla Costituzione e diventa carcerocentrico, quando lo spaccato della popolazione penitenziaria mostra che siamo di fronte a una “detenzione sociale e non penale”, quando la reclusione si basa su un modello di “infantilizzazione della persona detenuta” con una scansione temporale della vita detentiva asincrona rispetto allo scorrere del tempo dei cittadini liberi, allora, suggerisce Palma, “l’unica auspicabile via d’uscita risiede nell’investimento in strutture sociali territoriali”, da un lato, e dall’altro nell’affidare i detenuti a “strutture minori di grande impatto di supporto e controllo e soprattutto di responsabilità locale”.
Dal primo intervento, a firma di Stefano Anastasia, che ricostruisce la storia dell’istituto carcerario, all’ultimo di Paola Di Nicola Travaglini e Giorgia Serughetti, che approfondiscono l’analisi del reato di femminicidio, oltre venti autori compongono un almanacco di approfondimento che tenta di rispondere alla domanda - “Abbiamo davvero bisogno del carcere?” - posta da Cinzia Sciuto, direttrice di MicroMega.
Un quesito che qualcuno potrebbe considerare “un’ingenua utopia”, come grosso modo l’ha definita recentemente il capo Dipartimento della giustizia minorile Antonio Sangermano durante la presentazione dell’ultimo rapporto sugli Ipm di Antigone. Eppure Cinzia Sciuto dimostra con i numeri che “il carcere, almeno così per com’è, non serve a niente”: il tasso di recidiva stimato fra chi sconta la sua intera pena in carcere è del 70%, percentuale che scende al 20% tra chi accede a misure alternative e precipita tra il 2 e il 7% per chi lavora durante l’esecuzione della pena. “Abolire il carcere dunque è solo puro realismo”, è la razionale conclusione. Ma il dibattito è aperto: se la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini, autrice di Abolire l’impossibile, spezza ovviamente una lancia a favore dell’abrogazione del carcere così come lo conosciamo, Gherardo Colombo, Andrea Pugiotto e Antonia Menghini si confrontano da punti di vista diversi e a tratti opposti.
Il panpenalismo che nutre ossessivamente la destra sovranista riguarda però un numero molto maggiore delle attuali 63.800 persone recluse nelle carceri: se nel 1990, quando l’Italia contava circa 57 milioni di abitanti, le persone sotto controllo penale erano circa 33 mila, oggi sono oltre 260 mila su una popolazione di 59 milioni. “Eravamo un Paese relativamente tollerante nei confronti della devianza minore e della marginalità sociale, siamo diventati un Paese particolarmente severo, che tiene sotto scacco 100 mila persone libere-sospese e in esecuzione di provvedimenti penali cinque volte quelle che vi erano costrette 35 anni fa”, scrive Anastasia.
In questo contesto “malato” a farne le spese, però, c’è anche un particolare tipo di lavoratori: i poliziotti penitenziari. Analizzando la condizione di un corpo che è sottoposto costantemente a fattori di grave stress psicofisico, tanto più nell’attuale sistema, l’avvocato Antonello Azzarà riflette sulla violenza della polizia nei casi in cui “assomiglia terribilmente ad un crimine d’odio”.
Reati caratterizzati dalla “percezione di sentirsi parte di un gruppo, unitamente alla legittimazione che deriva dalla consapevolezza di agire in nome di esso”. “Lo spirito di corpo, in questo senso, gioca un ruolo fondamentale nell’estrinsecazione della violenza in carcere, e - conclude Azzarà - la cosiddetta retorica delle mele marce non regge”.









