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di Claudio Coli

Corriere di Siena, 23 settembre 2026

Il 26 novembre è una data destinata a fare la storia, in un senso o nell’altro: la Cassazione ha fissato l’udienza delle Sezioni Unite su un rilevante profilo interpretativo della fattispecie di tortura commessa dal pubblico ufficiale, in relazione alla nota vicenda avvenuta nel carcere di Ranza, nel 2018. Se per i dieci agenti di Polizia Penitenziaria imputati dell’abbreviato, dopo l’annullamento del reato di tortura, si torna in Corte di Appello per le sole lesioni, si attende il verdetto finale per i cinque andati nell’ordinario. Sarà stabilito se la tortura dovrà essere considerata reato autonomo o una circostanza aggravante. Intanto sette agenti, finora sospesi in via cautelativa, sono stati reintegrati a lavoro, dopo ben otto anni.

“Il reato di tortura deve restare uno strumento efficace contro ogni abuso, ma deve avere confini chiari e rigorosi. Chi lavora nelle sezioni detentive deve poter intervenire per garantire sicurezza e incolumità senza trovarsi successivamente esposto al rischio che un intervento necessario venga trasformato in una gravissima contestazione penale” afferma in vista dell’appuntamento in aula il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), rilanciando l’analisi di Giovanni Battista de Blasis, pubblicata sul blog della Polizia Penitenziaria, sulla necessità di riscrivere l’articolo 613-bis del Codice penale. “La vicenda di Ranza - sottolinea il SAPPE - riporta al centro il delicatissimo confine tra uso legittimo della forza, eventuale eccesso e tortura”. “Da anni denunciamo che il reato di tortura, se non definito con maggiore precisione, potrà esporre tutti i poliziotti penitenziari a denunce strumentali da parte di delinquenti senza scrupoli, professionisti del disordine e criminali incalliti. Non è una preoccupazione teorica: nelle nostre carceri già oggi sono decine e decine i detenuti che riferiscono presunte violenze, spesso senza prove, esponendo al pubblico ludibrio l’onorabilità istituzionale e personale di Agenti, Assistenti, Sovrintendenti, Ispettori, Funzionari e Dirigenti della Polizia Penitenziaria”. “Ogni abuso reale deve essere accertato e perseguito - precisa il Sindacato - ma una denuncia non può diventare automaticamente una condanna mediatica dell’operatore. La responsabilità deve essere personale e fondata su fatti e prove”.

Il Sappe ricorda inoltre che la Polizia Penitenziaria opera in un sistema penitenziario tra i più avanzati sul piano della legislazione trattamentale e rieducativa, svolgendo un compito “prezioso, difficile e delicato”. “Quando in una sezione scoppia una colluttazione, un detenuto aggredisce qualcuno, tenta di farsi del male o oppone una violenta resistenza, il poliziotto deve decidere in pochi secondi. Intervenire può richiedere l’uso della forza; non intervenire può aggravare il pericolo. Non si può chiedere a chi garantisce la sicurezza di lavorare nel timore di dover poi indovinare i confini del reato”. Per il Sappe serve quindi una revisione dell’articolo 613-bis che renda più leggibile la distinzione tra forza necessaria e proporzionata, eccesso illecito e tortura, chiarendo anche il rapporto tra responsabilità individuale e condotte realizzate durante interventi collettivi. “Il legislatore non può lasciare sulle spalle dei singoli operatori l’incertezza della norma. Chiediamo al Governo e al Parlamento di aprire un confronto concreto per riscrivere l’articolo 613-bis, senza abrogare il reato e senza creare zone franche per gli abusi, ma garantendo certezza del diritto a chi ogni giorno entra nelle sezioni per garantire sicurezza, ordine e tutela delle persone”.