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di Laura Valdesi

La Nazione, 1 settembre 2026

Accolta l’istanza dell’avvocato Biotti che li difende. L’udienza alle sezioni unite della Cassazione il 26 novembre. Ennesimo colpo di scena nella vicenda giudiziaria che riguarda le presunte torture al carcere di Ranza nel 2018 Sette dei 15 agenti sospesi sono stati reintegrati nel servizio. Colpo di scena (l’ennesimo) nella vicenda che vede al centro 15 agenti della polizia penitenziaria accusati di presunte torture al carcere di Ranza nei confronti di un tunisino, durante un trasferimento di cella nell’ottobre 2018.

Sette agenti - sospesi come i loro colleghi finiti indagati, in via cautelare facoltativa dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il 31 luglio 2021 - sono stati reintegrati grazie all’istanza presentata dal loro difensore, l’avvocato Manfredi Biotti.

Ma andiamo per ordine. L’ennesima battaglia legale che riguarda il caso prende spunto dal fatto che la giurisprudenza e la normativa in materia prevedono che il dipendente pubblico che è in attesa del giudizio definitivo non possa restare sospeso in via cautelare facoltativa per più di 5 anni. Che, dunque, sarebbero coincisi con il 31 luglio scorso. Ma l’avvocato Biotti si era mosso in anticipo. E già nell’aprile aveva presentato, per i suoi sette assistiti, la richiesta di reintegrarli in servizio, anche alla luce dell’esito della Cassazione per alcuni di loro.

La risposta del Dap è arrivata il 29 luglio: era stato fatto un decreto per prorogare la sospensione a tempo indeterminato. Ritenendo che ciò fosse contrario alla normativa e al contenuto stesso della sentenza della Cassazione che annullava la sentenza di appello con rinvio alle sezioni unite, Biotti ha depositato un’istanza di revisione proprio del decreto di proroga per i sette agenti, il 12 agosto scorso. E diciassette giorni dopo, il 29, alla fine sono stati reintegrati. Dei 15 a processo tre sono già in pensione, sei non hanno invece chiesto di tornare in servizio.

Ma dove sono stati mandati? Non al carcere di Ranza in cui lavoravano prima che esplodesse il caso giudiziario. Alcuni in istituti penitenziari che si trovano nelle ispettive province di residenza, altri invece fuori Toscana. Varie le destinazioni fra le quali Modena, La Spezia, Perugia e Castelfranco Emilia. “Dopo anni di sofferenza si tratta di un ottimo risultato in quanto i miei assistiti - spiega l’avvocato Manfredi Biotti - ricominceranno a percepire lo stipendio intero che prima veniva percepito in modo dimezzato, stante la sospensione.

Valutiamo adesso se proporre ulteriore richiesta di revisione per rivedere le collocazioni geografiche dei dipendenti in base alle loro province di residenza o se proporre ricorso al Tar. Dopo quasi otto anni dai fatti, quasi 7 di processo (le misure cautelari sono del 16 settembre 2019, ndr) e 5 anni di sospensione dal lavoro, gradualmente le cose stanno tornando al loro posto”. Fissata intanto l’udienza davanti alle sezioni Unite della Cassazione: il 26 novembre si deciderà in merito al fatto se viene considerata come reato autonomo la tortura commessa da pubblico ufficiale oppure una circostanza aggravante.