di Giulia Maestrini
Corriere Fiorentino, 8 maggio 2019
Presentato il volume di scrittura collettiva nato nel carcere. Sette uomini, tutti diversi; italiani e stranieri, il più giovane ha 26 anni e il più anziano 64, alle spalle hanno storie complesse e dolorose, vengono da luoghi diversi e attraverso diverse strade sono arrivati tutti qui, nella Casa circondariale di Santo Spirito, il carcere di Siena.
E da qui adesso "escono" grazie alle loro parole divenute un libro: si intitola Fuori dal buio (ed. Futura, 2019, 111 pagine, 12 euro) ed è il frutto di un progetto di scrittura collettiva durato 11 mesi e guidato dalla giornalista senese Cecilia Marzotti. È stata lei a tirare i fili di questa trama; intrecciare pensieri sparsi, appunti e perfino disegni da cui tutto è partito.
Dal bisogno di mettere nero su bianco sensazioni ed esperienze, raccogliere spaccati di vita vera (la loro, ma anche degli altri detenuti che hanno scelto di raccontarsi) e, da quelli, iniziare a definire i personaggi, i luoghi, la storia, i sogni e gli errori. Perché sogni ed errori sono l'architrave di questo libro: un giallo che è di finzione, ma verosimile e, anzi, ha i piedi ben saldi dentro la vita vera.
"La trama del racconto è dettata dal caso - spiega il direttore della Casa Circondariale, Sergio La Montagna nell'incontro alla biblioteca degli Intronati - la storia dei protagonisti che si ritrovano in carcere per un beffardo scherzo del destino, un incontro sfortunato con chi li ha convinti a delinquere. Proprio come spesso accade nella realtà". C'è una finalità "catartica" allora in questa scrittura che "è un modo di restare vivi".
La forma è diretta, lineare, scarna, va dritta al punto senza eleganza posticcia. Il ruolo della coordinatrice è stato quello di mettere insieme i pezzi senza edulcorare, cucire e guidare ma senza stravolgere una scrittura autentica. "Troverete una punteggiatura a tratti fanciullesca - spiega Marzotti - e forse qualche errore: d'altronde li hanno commessi nella loro vita, ben vengano anche nel loro libro". Non c'è solo questo, però: c'è piuttosto un grande desiderio di riscatto in questo lavoro che per mesi ha coinvolto l'intera comunità del carcere, ospiti, agenti, educatrici e soprattutto loro, i detenuti-scrittori.
"Hanno lavorato a testa bassa e avuto la forza di raccontarsi pur sapendo di aver sbagliato", fino a uscire appunto "fuori dal buio", abbattendo idealmente quelle sbarre. Perché è per questo che è nato il libro, "per farci liberare": lo spiega Roberto, uno dei detenuti-scrittori che parla a nome di tutti. "Era importante dire che dentro il carcere esiste un'umanità e che nessuno ci sarebbe entrato se avesse trovato un perché là fuori.
Il buio è il nostro, ma è anche quello che sta fuori e ci circonda: se tutti uscissimo dal buio, le carceri sarebbero meno affollate" Locali che quotidianamente assistono ad altre e diverse declamazioni, più inclini a suffragare l'idea iniziale di abbandonare ogni speranza, entrando. E invece, come ha giustamente sottolineato la Direttrice del reclusorio scaligero, la originalità della proposta sta proprio nella sua ideazione, capace di tradurre l'offerta trattamentale in un percorso disponibile, trasformando un caposaldo della nostra cultura in un concreto ed efficace strumento di crescita della persona, nella sua dimensione emotiva e relazionale, e tenendo cioè in vita quella speranza che, per chi entra nella città dolente, si temeva abbandonata.
Le stelle che infine, tutti insieme, (ri)uscimmo a riveder, in un gradevolmente complice tramonto di fine aprile, splendono di una luce particolare per chi, con i detenuti e i ragazzi coinvolti, compia il percorso allestito: è la luce di un futuro in cui la promiscuità di una sera, fra buoni e cattivi, ammesso di saperli sempre riconoscere, non sarà più un episodio ma la chiave di lettura di una ricostruita esistenza.
E Brescia, in tutto questo, cosa centra? Non poco se pensiamo che l'illuminata visione che ha reso disponibile la struttura penitenziaria veronese e quindi consentito la realizzazione di un - senza dubbio - complesso quanto apprezzabile progetto, è quella della dottoressa Maria Grazia Bregoli, Valtrumplina doc, già direttrice di Canton Mombello. A Lei un plauso convinto.









