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di Myrta Merlino


Corriere della Sera, 17 maggio 2020

 

In mezzo a tanto odio social abbiamo perso un'occasione per dimostrare che siamo cambiati in meglio dopo il Covid. In principio erano storie di quarantena, belle e brutte, commoventi e drammatiche. Da un lato la vita quotidiana al tempo del virus, dall'altro la richiesta incessante e imponente di chiarimenti sanitari. Erano mail disorientate, sbalordite, spaventate che affollavano e affollano la casella di posta "Dilloamyrta".

Poi sono arrivate le richieste, incessanti e imponenti, di chiarimenti legali: dalla corsetta sotto casa fino alla grande confusione sugli "affetti stabili". Di nuovo mail disorientate, incredule ma soprattutto arrabbiate.

Da qualche settimana sono invece sommersa da richieste d'aiuto, grida d'allarme: sono tutti quelli che non hanno visto un soldo e che sono sul lastrico. Poco importa se si tratta di cassa integrazione sparita nei meandri burocratici, dei 600 euro che si trasformano in pochi spiccioli, o di buoni spesa "erogati" ma non "distribuiti" (Dio solo sa cosa voglia dire...). Mail molto ma molto incazzate, scusate ma non trovo termine migliore.

Eppoi, da qualche giorno, la grande sorpresa: cominciano ad arrivare mail diverse da tutte le altre, con un oggetto nuovo: "Silvia Romano". "Ma perché abbiamo pagato un riscatto di 4 milioni di euro per liberarla e io intanto aspetto la cassa integrazione dal 20 febbraio?". E ancora "è tornata bella sorridente, forse incinta, tutt'altro che sofferente. Perché sprecare tutti quei soldi...". E poi sul governo. "Mi sono indignato vedendo in tv i nostri governanti accoglierla con tutti gli onori, come un'eroina. Vestita così non è più un'italiana vera".

Centinaia di mail, nel grande imbuto della nostra casella di posta, con tutta la gamma dei sentimenti: il disorientamento per quel vestito che ci ha spiazzati, in qualche caso la solidarietà per una ragazza vittima di un rapimento, la critica verso il governo e - con mio sommo dispiacere - la cattiveria, la feroce cattiveria nei confronti di Silvia. Tanti i sospetti e tante le allusioni, un ingorgo di umori rabbiosi che si snoda tra dubbi legittimi - "Ma secondo lei è giusto che una ragazza così giovane e inesperta vada in una zona così pericolosa?" - e accuse inaccettabili: "Cara Myrta non continuare a dire che il vestito verde è delle donne islamiche, è il vestito di Al Shaabab e Silvia è una fiancheggiatrice dei terroristi!". E ancora: "venduta", "schifosa musulmana", "si è pure sposata un terrorista", "ci metto la mano sul fuoco che avrà avuto rapporti sessuali là". E, come troppo spesso capita alle donne, basta un attimo per trasformarsi da vittime in colpevoli. E ancora una volta riecheggia quel "Se l'è andata a cercare...". Accuse schifose.

Su tutta questa vicenda, lo dico con chiarezza, ci sono molti punti interrogativi e molte zone d'ombra. Ma ci sono anche un paio di certezze: dopo 536 giorni in mano ai rapitori in troppi non hanno atteso neanche 5 giorni per sputare sentenze su Silvia. Non buttiamola nel tritacarne dei pregiudizi e delle lotte politiche. Io ho ancora negli occhi l'abbraccio di Silvia con sua madre.

In quella scena non ho visto una musulmana e una cattolica (tra l'altro non so se sua madre è cattolica e non me ne importa niente), non ho visto una camicia blu e una tunica verde, non ho visto la violazione delle regole di distanziamento senza mascherina, non ho visto lo scontro tra civiltà e barbarie che qualcuno oscenamente vuole rappresentare.

In quell'abbraccio ho visto solo Amore. Una Madre e una Figlia. Ho visto il ritorno a casa, il sollievo, il miracolo di avercela fatta, la consolazione di una salvezza non scontata. E in mezzo a tanto odio social passo lunghi minuti a incantarmi sui fotomontaggi che su Facebook accostano il sorriso di Silvia nel giorno della laurea a quello del giorno della liberazione. Gli occhi di ragazza, senza abito e senza trucco, sono gli stessi.

La luce di allora rimane. Datemi tempo, ha detto Silvia. Fate silenzio, hanno ripetuto parenti e amici. Due richieste sulle quali dovremmo metterci sull'attenti. Sospendendo il giudizio e accendendo l'ascolto. Fermandoci per adesso a far brillare gli occhi di ragazza che hanno resistito a tutto questo. Silvia è Aisha, è viva (è questo il significato della parola in arabo). Per oltre 500 giorni abbiamo chiesto solo questo. E ancora oggi è davvero solo questo che conta.

E conta cosa questa vicenda ci dice di noi. Di questo Paese che a volte ci appare trasparente e luminoso e altre ci mostra il suo fondo limaccioso. Abbiamo perso un'occasione per dimostrare che eravamo cambiati in meglio, dopo il Covid. Se va bene, si fa per dire, siamo gli stessi, gli stessi di sempre...