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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 21 febbraio 2026

“Procedimenti penali e processi sono possibili grazie a figure di garanzia e magistrati di sorveglianza”. “Se in Italia oggi per la prima volta si celebrano processi per tortura commessa da pubblici ufficiali, se si è riusciti a bucare il muro di omertà che per decenni ha nascosto alcune terribili verità al Paese, lo dobbiamo soprattutto a figure terze e ai magistrati di sorveglianza. Credo che in questo momento politico sia un fatto da sottolineare”. A dirlo è l’avvocata Simona Filippi che per Antigone segue quasi tutti i procedimenti penali per tortura in carcere da quando, nel luglio 2017, anche l’Italia si è munita di quella fattispecie di reato. Oggi sono molti i processi per tortura o lesioni in corso, con alcune condanne già emesse, perfino in Appello.

Numerose le inchieste avviate, in alcuni casi simili a matriosche che ad aprirne una ne viene fuori un’altra. Ad osservarle nel loro insieme descrivono un fenomeno nuovo, forse un sintomo che andrebbe approfondito. Al netto del fatto che la responsabilità è individuale, sempre, e che fino a sentenza definitiva sono tutti innocenti. Principio che “vale anche per i fatti di Rogoredo”, rispetto ai quali Filippi mette però l’accento sull’”importanza che si valuti attentamente la questione della legittima difesa da parte delle forze dell’ordine che si cerca di ampliare nelle maglie dei pacchetti sicurezza”.

 Avvocata Filippi, facciamo il punto sui procedimenti per tortura o lesioni aperti dal 2017?

La prima volta in assoluto che un giudice ha parlato di tortura sui detenuti è stato nel 2012 quando il Tribunale di Asti ha scritto di non poter condannare i responsabili per tortura solo perché il reato non esisteva ancora. Poi, la prima vera condanna è stata a Ferrara. Da allora sono decine gli agenti di polizia penitenziaria accusati di fatti gravi, alcuni già condannati. Come abbiamo approfondito dai microfoni di Riccardo Arena su Radio Carcere, sono 17 in totale tra inchieste e processi. Per Santa Maria Capua Vetere si conta il numero più alto di imputati a processo: 106, con 177 vittime. Procedimenti per lesioni o tortura sono pendenti a Cuneo, Biella, Ivrea e Torino dove il 6 febbraio si è arrivati alla condanna per tortura.

Il caso che fa più impressione è quello dell’Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano, dove a procedimento aperto le indagini si sono ampliate fino agli attuali 41 indagati. A Monza il processo per lesioni si sta per concludere. A Reggio Emilia è iniziato il processo bis a 5 agenti e a Modena, dopo l’archiviazione per i 9 detenuti morti durante le rivolte per il Covid, si indaga ancora per tortura e si attende anche un pronunciamento della Corte Edu. A Firenze, per Sollicciano e San Gimignano, ci sono già le condanne d’Appello. Si procede anche per le presunte violenze a Regina Coeli e Foggia. Rinvii a giudizio e condanne infine per presunte violenze in Questura a Verona, e nelle carceri di Bari e Cuneo.

 Quali sono i principali ostacoli per arrivare al processo?

Il primo problema è l’emersione della notizia di reato. Indagare è spesso complicato: in molti casi le violenze avvengono in sezioni di isolamento, senza testimoni, e senza referti medici. Il primo scoglio è quindi l’omertà tra i vari soggetti coinvolti che si tutelano reciprocamente, soprattutto agenti di polizia penitenziaria ma anche personale terzo come i medici.

 Le telecamere come prova concreta dei fatti, che ruolo hanno?

A molti processi - Santa Maria Capua Vetere, Reggio Emilia, San Gimignano - si è arrivati grazie alle telecamere. Altri procedimenti sono stati archiviati per assenza, appunto, di telecamere. Per esempio, a Santa Maria il processo c’è perché il magistrato di sorveglianza ha deciso di andare lì due giorni dopo i fatti - in pieno periodo Covid - permettendo alla Procura di sequestrare le immagini video. A Modena, dove il pm ha chiesto l’archiviazione, le telecamere non funzionavano del tutto; Antigone ha fatto opposizione, il giudice deciderà il 30 marzo. A San Gimignano invece gli agenti hanno fatto scudo con i propri corpi per coprire la scena alle telecamere.

 Succede spesso che il reato emerga grazie alla collaborazione del personale interno?

Non abbastanza, ma accade. Per esempio a Bari e a Monza le indagini sulle violenze sono scaturite dall’iniziativa delle direttrici. Ma più spesso il ruolo dirimente è quello di figure terze: associazioni come Antigone, o Garanti come Palma o come quelli territoriali di Ivrea e Torino. Ma fondamentale è anche il ruolo dei magistrati di sorveglianza, figure importantissime affinché la notizia di reato emerga, come a Santa Maria. Una volta avviate le indagini, poi, la collaborazione arriva anche da operatori dell’area educativa.

 L’Ipm Beccaria è un caso isolato?

Al Beccaria ci sarà un processo per i fatti del 2022 con episodi molto gravi a danno di minorenni. La Procura di Milano, alle prese con un’indagine complicata, correttamente ha chiesto al Gip di sentire i giovani reclusi in incidente probatorio. In generale, però, è una dinamica recente quella delle violenze all’interno degli istituti minorili. L’esposto di Antigone per il Beccaria è del 16 maggio 2024, prima non avevamo mai avuto nessun segnale di violenze di questo tipo.

 Le vittime sono spesso straniere?

In generale sì. Torino, San Gimignano, Reggio Emilia, Ivrea, Beccaria: la maggior parte delle vittime è straniera.

 Durante i processi può verificarsi una sorta di vittimizzazione secondaria del detenuto, indicato come inattendibile?

Non accade spesso. Ricorre invece lo stratagemma di far passare la denuncia come una sorta di vendetta nei confronti degli agenti. È un argomento usato spesso: nel processo di Torino, a Reggio Emilia, a S. Maria Capua Vetere… Più il detenuto è considerato aggressivo, più gli si attribuisce un’intenzione ritorsiva nei confronti degli agenti, e si motiva l’azione punitiva con la necessità della contenzione. È vero il contrario, invece: la vittima non vuole denunciare, non ha alcun interesse perché sa che la sua vita in carcere può decisamente peggiorare.