di Valentina Petrini
La Stampa, 22 marzo 2025
Dal doppio cognome alle adozioni, fino all’attesa pronuncia sulla Pma. La Corte parla di responsabilità genitoriale, dimenticata dalla politica. C’è una donna dietro alcune delle sentenze della Corte Costituzionale degli ultimi tre anni che stanno di fatto riscrivendo il diritto in materia di genitorialità e uguaglianza di genere. Questa donna è la giudice Emanuela Navarretta. Nel 2022 con la sentenza n. 131 la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, del codice civile, nella parte in cui prevede, riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assuma il cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori.
La redattrice della svolta che ha riconosciuto la parità tra il cognome paterno e quello materno era proprio la giudice Navarretta.
Ieri c’è stata la sentenza n. 33/2025: anche le persone singole residenti in Italia potranno presentare dichiarazione di disponibilità per adottare un minore straniero residente all’estero e chiedere al Tribunale per i minorenni del distretto in cui hanno la residenza, che lo stesso dichiari la loro idoneità all’adozione. Giudice redattrice - anche stavolta - Emanuela Navarretta. E adesso si attende un terzo pronunciamento della Corte che potrebbe ampliare ulteriormente i diritti delle donne single a cui oggi è negata la possibilità di accesso alla procreazione medicalmente assistita nei centri di fecondazione in Italia.
E chi è la relatrice anche di questo terzo caso? Sempre Emanuela Navarretta. Classe 1966, allieva ordinaria presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode presso l’Università di Pisa, dottorato di ricerca alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, poi ricercatrice, professoressa associata di Diritto privato, professoressa ordinaria di Diritto privato, fino ad essere anche direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, dal 2016 al 2020. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’ha nominata giudice della Corte costituzionale a settembre 2020, il decreto è stato controfirmato dall’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Navarretta così è subentrata alla professoressa Marta Cartabia.
C’è una scia di equiparazioni di responsabilità e diritti genitoriali che la Corte sta percorrendo. Forse è casuale, certamente è interessante. L’interesse superiore del minore resta centrale, ma il fatto che anche il singolo possa diventare genitore eleva il concetto di responsabilità. Il principio base dell’adozione qual è? Dare una famiglia a un bambino che non ce l’ha più, o non l’ha mai avuta. Ora questa possibilità si apre anche a famiglie monogenitoriali. Una possibilità per tutti, insomma. Una svolta. L’elemento che colpisce è il riconoscimento (seppur ancora non pieno) della libertà di autodeterminazione di una persona che può fare una scelta e nel caso del pronunciamento contenuto nella sentenza n. 33 la scelta è l’assunzione di una responsabilità nei confronti di un bambino che già c’è ed è solo al mondo. Certo resta il ruolo fondamentale del giudice che - caso per caso - dovrà valutare chi ha davanti e questa è una garanzia perché sempre, nel caso delle adozioni, sia che si tratti di una coppia, che di un single, è necessario sapere, conoscere, approfondire, chi è che chiede di adottare. È una giusta cautela.
Non c’è una scuola per diventare buoni genitori. Non c’è per i figli che nascono naturalmente e non c’è per i bambini che vengono da esperienze dove perdono una famiglia e già sono traumatizzati, situazioni molto delicate. Ma forse è anche importante ribadire che i figli sono anche della comunità in cui nascono e crescono e la responsabilità del loro futuro e benessere è anche collettiva.
Quindi, tornando alle sentenze della Corte, doppio cognome, madre e padre, adozione anche per le persone singole in ambito internazionale e adesso aspettiamo la prossima decisione sulla Pma. L’interesse migliore di un nato non dipende dal fatto che ci siano due genitori, o uno, o in base al sesso ma in base all’assunzione di responsabilità genitoriale. Questa è stata l’impostazione dell’udienza dell’11 marzo scorso in materia di accesso alla fecondazione assistita per donne singole. Il passo avanti fatto ieri sulle adozioni internazionali in un certo senso legittima la famiglia monogenitoriale e non può non farci aprire gli occhi anche sulla legge sulle adozioni in Italia, ferma nel tempo. Il paradosso è che un single potrà adottare un minore straniero qualunque sia il suo stato di salute, e invece in Italia può adottare un bambino italiano solo in casi particolarissimi e residuali: se non c’è nessuna coppia che lo vuole, se il minore è affetto da disabilità o patologie gravi. E allora non riesco a capire perché una persona sola può essere considerata all’altezza di gestire situazioni così complesse, dolorose e costose e non è invece adeguato per crescere anche un bambino o una bambina sana. È una forma di razzismo verso i minori stranieri adottabili, o verso coloro con disabilità, patologie, sindromi croniche. Ma questo non è ambito di competenza della Corte, che rimuove ciò che è incostituzionale, caso per caso, non fa riforme politiche, quelle spettano al Parlamento, che però non le fa ed è sempre un passo indietro rispetto alla società. Fino alla prossima decisione che si attende, quella sull’accesso alla fecondazione assistita per le donne singole.











