di Iacopo Benevieri
giustiziaparole.wordpress.com, 28 luglio 2025
Appunti di Linguistica Giudiziaria. Sui muri di Roma è andato in scena, per qualche giorno, un piccolo dramma semantico a cielo aperto. Nessuna tragedia greca, nessuna epifania. Solo manifesti - rettangoli di plastica e veleno - incollati con la sicurezza di chi confida nell’inerzia cognitiva del prossimo. “Scippi in metro? Ora finisci in galera senza scuse”. E accanto, l’immagine di una persona dalle sembianze che ricorda un rom, generato dall’intelligenza artificiale ma con tutto il corredo simbolico del “colpevole ideale”. Ancora: “Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore”. E lì, un catalogo umano dell’ansia identitaria: migranti, rom, un “alternativo” sceso da un quadro di Otto Dix, con l’occhio stralunato di chi osa vivere ai margini.
Ora, sia chiaro: non è in ciò che viene detto che si consuma la propaganda populista. È in ciò che viene suggerito. Siamo nel regno delle implicature - quella raffinata arte linguistica, descritta da Paul Grice, che permette di trasmettere un messaggio senza mai esplicitarlo. Così il mittente può sempre dirsi innocente, come Pilato: “Ho scritto solo ciò che ho scritto”. Ma la mente del destinatario è già altrove. Ha collegato. Ha concluso. Ha creduto. In fondo, lo sapeva anche Kafka: “Le gabbie esistono per gli uccelli che vi entrano da soli”.
E queste gabbie retoriche sono state progettate proprio per questo: far sì che tu ci entri di tua spontanea volontà. Che tu presupponga il senso, senza accorgerti della trappola. Il trucco? Far sembrare ovvio ciò che andrebbe discusso. Più l’informazione è discutibile, più funziona se è implicita. “Chi ruba nella metro è rom”, “chi occupa casa è migrante”: lo slogan non lo dice. Ma lo mostra. E il tuo cervello, grato di non dover pensare troppo, completa l’opera.
È la “pigrizia semantica” di cui parlava Roland Barthes: la lingua come strumento di potere non perché grida, ma perché organizza il pensiero altrui. Un potere che non si impone, si presuppone. Così, mentre il manifesto parla di giustizia, la mente registra identità. Non legge: riconosce. Non riflette: applica lo schema. E nel silenzio del non detto, l’equazione “identità=reati” si imprime. È il potere della metafora visiva, dell’accostamento fraudolento, della sintassi insinuante.
Lo scriveva Umberto Eco, “il non detto è ciò che regola il detto” e oggi non è neppure una novità. Già nel Ventennio, il regime fascista aveva intuito il potere dell’accostamento insinuante: i manifesti dell’epoca - pur senza proclami razziali espliciti fino al 1938 - presentavano il nemico interno attraverso tratti caricaturali, costumi “altri”, corpi deviazionisti. Era la forma visiva della propaganda: un non detto visivo che precedeva e predisponeva il consenso.
La retorica si naturalizzava: il nemico appariva tale prima ancora di essere nominato. Oggi, come allora, la propaganda si affida all’estetica. E all’implicito. In conclusione, dovremmo smettere di preoccuparci delle parole in stampatello. Quelle fanno rumore, ma almeno si vedono. A preoccuparci, piuttosto, dovrebbero essere le parole non dette. Quelle che si insinuano nei pensieri, che si depositano come polvere nel linguaggio quotidiano.
Quelle che passano inosservate - e proprio per questo agiscono. “Il vero nemico dell’umanità,” scriveva Elias Canetti, “è colui che non parla per farsi capire, ma per farsi accettare.” E nulla, più delle implicature, lavora in questa direzione. Una neo-lingua dell’intolleranza in guanti bianchi. Il razzismo che non urla più, ma ammicca. Il pregiudizio che si veste di efficienza, di ordine, di giustizia. E mentre lo accetti, tu ne diventi parte. Perché non lo hai scelto: lo hai digerito.











