di Rossella Menna
Corriere della Sera - La Lettura, 21 giugno 2026
Davvero bella l’intuizione di Giuliano Peparini di ambientare l’Iliade in un carcere contemporaneo. Perché il poema di Omero è effettivamente una storia di uomini prigionieri. Prigionieri della propria ira, di un destino tragico, di una violenza che si autoalimenta, del ruolo che sono chiamati a interpretare, delle aspettative della tradizione, e perfino del mito che li precede e sopravvive. Peccato però che nello spettacolo ripreso per il secondo anno al Teatro Greco di Siracusa, dove resta in scena fino al 26 giugno, la prigione più che metafora diventi cliché. Con detenuti in divisa, mascelle serrate, denti digrignati, posture da cattivissimi, gerarchie da banda, ammiccamenti sessuali.
Un misto tra lo stereotipo cinematografico Usa e l’istituto penale minorile di Mare fuori. In fondo, però, se si smette di cercare quello che non c’è (una meditazione profonda sulla collera, il lutto, la pietà) e si entra nel codice dello spettacolo - uno show di danza, vicino al musical - diventa tutto comprensibile e godibile. Peparini è coreografo di esperienza e sa come costruire immagini efficaci. La vicenda che narra gli ultimi giorni della guerra di Troia (dall’offesa subita da Achille alla morte dell’amico Patroclo, fino all’uccisione di Ettore e alla restituzione del suo corpo al padre Priamo) scorre senza tempi morti, sostenuta dalla macchina scenica delle proiezioni e della coreografia (in scena anche gli attori dell’Accademia Inda e i performer della Peparini Academy) e da un uso costante della musica firmata da Beppe Vessicchio, scomparso l’8 novembre scorso, affettuosamente ricordato durante gli applausi. E allora ci sta tutto: l’immagine della dea Era che appare in schermo è generata dall’intelligenza artificiale, greci e troiani sono distinti da felpe rosse e blu, negli scontri abbondano fumo, fumogeni e fiamme digitali. Suggestive le battaglie a ralenti tra ruote e capriole. Le continue invenzioni visive chiamano applausi a scena aperta.
La profondità del dettato omerico si rintraccia ancora nel bel libretto di Francesco Morosi e nella sapienza attoriale dei protagonisti (spicca per grazia l’Aedo di Vinicio Marchioni, ma applauditissimi l’Achille di Giuseppe Sartori e il Priamo di Alessio Boni); è chiaro però che la verticalità è un po’ sacrificata a favore dell’effetto spettacolare che guida la risposta emotiva senza richiedere troppi sforzi. Funziona, nel senso in cui il lavoro è programmato per funzionare. Quindi l’operazione può dirsi riuscita.
Il finale pecca forse di poca fiducia nella capacità dei versi antichi e della grammatica della scena di parlarci, di essere politici di per sé. E nella capacità del pubblico di riconoscere il particolare nell’universale. Mentre il corpo di Ettore viene restituito a Priamo, sugli schermi scorrono immagini delle guerre di oggi. Non bastavano il grido di Andromaca sul cadavere di Ettore e lo strazio del vecchio Priamo, per farci pensare alle guerre che continuano a devastare il mondo?









