di Giovanna Gagliardi
sentichiparla.it, 14 maggio 2020
In una stanza di cinque metri quadri sono stipate più di trenta persone, i corpi seminudi si toccano. Alcuni sono tumefatti perché sono stati percossi per ore e forse non supereranno la notte, altri sono infettati per via delle ferite non curate, dello sporco, dello strofinio tra pelle e pelle. Durante gli interrogatori, gli uomini della sicurezza picchiano così forte gli stivali pesanti contro il viso dei detenuti, che molti non reggono ed entrano in uno stato di delirio. Nel gergo carcerario lo chiamano "la disconnessione".
Si somigliano tutte le testimonianze dei sopravvissuti alla reclusione tra le mura di Al-Khatib, la sezione 251 dell'intelligence siriana, nella centralissima via Baghdad di Damasco. Qui "negli anni sono stati condotti oppositori politici e manifestanti, lontano dalla luce e da qualsiasi forma di diritto e assistenza legale. Giovani uomini e donne cui, attraverso la tortura, sono state estorte confessioni", dichiara Asmae Dachan, giornalista e scrittrice di origini siriane, ai microfoni di Radio3 Mondo, pochi giorni dopo quella che sarà ricordata come una tappa storica verso il riconoscimento e la condanna penale degli abusi commessi durante la guerra in Siria.
Il 23 aprile 2020 presso l'alta corte regionale di Coblenza, nella Germania centrale, ha avuto inizio il primo processo penale al mondo contro due ex funzionari dei servizi segreti siriani, accusati di crimini contro l'umanità. I due imputati sono Anwar Raslan, 57 anni, ex alto ufficiale della sicurezza militare, e Eyad al-Gharib, suo sottoposto, di anni 43. Raslan è accusato di complicità nelle torture inflitte, tra il 2011 e il 2012, a 4000 detenuti rinchiusi nella sezione 251 della sicurezza militare di Damasco.
Stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi sono le altre imputazioni a suo carico. Al-Gharib era addetto all'individuazione e all'arresto dei manifestanti nelle piazze anti-regime. È perseguito per tortura e complicità in 30 assassinii.
Il processo rappresenta un momento epocale nel cammino verso il riconoscimento legale dei diritti umani e apre una breccia nell'impunità entro cui per decenni ha operato il regime del presidente Bashar al-Assad, responsabile della detenzione arbitraria di centinaia di migliaia di cittadini, della distruzione di intere città e dell'utilizzo di armi chimiche dall'inizio della guerra civile in Siria.
Dal 2008 Raslan dirigeva l'unità delle investigazioni nella sezione 251, attiva a Damasco e dintorni. Durante il suo mandato ha esercitato il suo controllo su 4000 casi di tortura che prevedevano pestaggi ed elettroshock. L'uomo ha poi abbandonato la sicurezza generale, dopo il sanguinoso massacro di Houla, sua città natale, ad opera degli Shabiha, la milizia civile del regime siriano. Fuggito in Germania nel 2014, ha qui ricevuto protezione internazionale, arrivando persino a rappresentare l'opposizione antigovernativa nei negoziati di pace per la Siria organizzati dall'Onu. Al-Gharib dichiara di aver disertato nel 2012, in seguito alla morte di alcuni suoi colleghi durante scontri a Damasco e dopo aver aver ricevuto l'ordine di aprire il fuoco su dei civili. Entrambi i coimputati sono in stato d'arresto da febbraio dello scorso anno.
Tra i principali artefici del processo che li vede alla sbarra, Anwar Al-Bunni, avvocato siriano impegnato sin dai tempi di Assad padre nella difesa dei diritti umani. Per decenni ha patrocinato la causa di centinaia di attivisti perseguitati dall'autorità centrale, finché nel 2006 la sottoscrizione di un appello a favore dei diritti civili non gli è costata la reclusione nei sotterranei di al-Khatib.
Dopo cinque anni, la liberazione e la fuga in Europa, dove ha riconosciuto Raslan, il suo aguzzino, ospitato all'interno di un centro per rifugiati tedesco. Nel marzo 2017, grazie al supporto della Ong European Center for constitutional and human rights, Al-Bunni e altri ex detenuti siriani hanno sporto una denuncia penale contro sei alti ufficiali del regime per crimini contro l'umanità. L'accusa, presentata presso la procura federale tedesca, è stata il primo passo verso la realizzazione dell'attuale procedimento.
Già prima delle indagini che hanno condotto all'azione legale a suo carico, Raslan aveva catturato l'attenzione delle autorità tedesche. Nel 2015 aveva denunciato a un commissariato locale le minacce ricevute da emissari della polizia segreta russa e siriana, rendendo nota la sua collaborazione con l'intelligence militare della sezione 251. Il nome di Raslan era poi emerso durante le interviste ai richiedenti asilo siriani passati per i vari mattatoi del regime.










