di Francesca Caferri
La Repubblica, 26 maggio 2021
Oggi le presidenziali. Il leader verso il quarto mandato, in un voto disconosciuto dalla comunità internazionale e in un Paese in rovina: dove il governo, nonostante le accuse di crimini di guerra, cerca di riacquisire legittimità. L'unico dubbio reale è quello che riguarda la percentuale della vittoria: perché il fatto che a vincere le elezioni presidenziali in Siria oggi sarà Bashar al Assad non è in discussione. A sfidare il presidente nel secondo voto dall'inizio della guerra che ha devastato il Paese nel 2011 - nel primo, nel 2014, prese il 90% dei voti - sono due personaggi senza nessuna possibilità: l'ex ministro Abdullah Salloum Abdullah, vicino al governo, e Mahmoud Ahmad Mar'ai, membro dell'opposizione tollerata dal regime, e dunque senza legittimità agli occhi di chi si oppone ad Assad. E a votare all'interno del Paese saranno soltanto i residenti delle zone sotto il controllo del governo: questo, insieme al fatto che le liste elettorali sono state compilate senza rispettare alcun criterio internazionalmente riconosciuto e al fatto che i pochi osservatori stranieri presenti vengono da Paesi considerati vicini ad Assad - Russia, Cina e Venezuela fra gli altri - assicura una mancanza assoluta di trasparenza.
Quello che arriva alle urne è un Paese devastato dalla guerra e piegato dalla peggiore crisi economica della sua storia: una tempesta perfetta causata dal conflitto, dalle sanzioni internazionali che ha generato, dal collasso finanziario del vicino Libano e, da ultimo, dal Covid. Un Paese in cui gli unici settori dell'economia che restano ancora in piedi - legali e illegali - dalle telecomunicazioni, al controllo degli aiuti umanitari, fino al traffico di stupefacenti, sono in mano a una cerchia ristretta di uomini vicini al presidente e alla first lady Asma al Assad.
Una Siria completamente diversa dunque rispetto a quella che nel 2000 guardava con speranza all'arrivo al potere di Bashar, allora 34enne, dopo trenta anni di dominio del padre Hafez. Agli occhi dei suoi cittadini e del mondo, l'oftalmologo educato in Gran Bretagna si presentò allora come un riformatore: ma la risposta che ha dato alle manifestazioni iniziate nel marzo 2011 sulla scia delle cosiddette Primavere arabe non è stata diversa da quella usata dal padre per reprimere il dissenso. Esercito contro i manifestanti, torture, sparizioni, terrore: decine di migliaia di persone, denuncia l'Onu, sono scomparse nelle carceri siriane dall'inizio della rivolta. La maggior parte di loro - stimano gruppi come Human Rights Watch e Amnesty International - sono state uccise in una catena della morte fatta di fame, torture e assassini a sangue freddo per la quale Assad e i suoi ufficiali iniziano ora ad essere processati in Europa.
Chi non era d'accordo con il regime se non è morto è fuggito: sei milioni i siriani rifugiati all'estero, su 22 che era il totale della popolazione prima della guerra. Altri cinque milioni fuggiti all'interno del Paese: quattro ancora nelle zone controllate dall'opposizione. Per loro, nessun diritto di voto: avrebbero potuto votare invece i rifugiati all'estero, ma la maggior parte non lo ha fatto. Il voto si può esprimere solo nelle ambasciate controllate dal governo.
"All'inizio pensavamo che nel giro di qualche mese saremmo tornati e noi giovani avremmo ricostruito il Paese - ha detto all'agenzia Reuters la 39enne damascena Lara Shahin da Amman, dove vive da ormai nove anni - ma piano piano abbiamo perso la speranza". Per lei, come per milioni di altri siriani, quello di oggi è un giorno amaro. Quello che decreterà che per altri sette anni il Paese sarà nelle mani dell'uomo che lo ha distrutto.
Ma le conseguenze non riguardano solo i siriani come Shahin: l'appuntamento odierno ha conseguenze anche sulla scena mondiale. Per la Russia, che cerca di legittimare la presidenza Assad e di attirare il supporto occidentale alla ricostruzione. E per i Paesi arabi - Emirati Arabi Uniti ed Egitto per primi, ma anche Arabia Saudita - che da mesi spingono per la riammissione della Siria nella Lega Araba: e dunque nella comunità internazionale. "Il processo per ora è bloccato, ma non possiamo certo dire che lo sarà per sempre", spiega Wael Sawah, senior political researcher di Etana Syria, think tank della società civile siriana.











