di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 18 dicembre 2024
Al-Hol, il “non luogo” in cui le Sdf temono un attacco imminente delle milizie filoturche. Ne restano 42mila, membri dell’Isis e le loro famiglie. “I paesi di origine se ne disinteressano”. Nel campo di al Hol si aspetta. L’allerta è massima, ed è duplice: c’è l’attesa preoccupata delle Forze democratiche siriane, le Sdf, e l’impazienza ottimista di decine di migliaia di detenuti. È ormai sempre più concreta la possibilità che le milizie jihadiste filo-turche arrivino fino al campo alle porte di al-Hasakah, nella piana desertica che conduce in Iraq, taglino le reti di protezione, calpestino la difesa umana di combattenti siriani, curdi e arabi, e liberino quello Stato islamico in miniatura.
“Il rischio di un attacco è alto - racconta al telefono Serwan, membro della Mezzaluna curda - Ce lo dice l’esperienza. Ci provarono durante l’invasione di Serekaniye. Non solo ad al-Hol ma anche in altri centri di detenzione dove ci sono state già rivolte, come quella terribile ad Hasakah nel 2021. Simili aggressioni minacciano la sicurezza di tutta la regione. A Deir Ezzor l’Isis si sta già riorganizzando”.
Il campo di al-Hol è un luogo (non-luogo) agghiacciante. Migliaia di tende sporche e appiccicate una all’altra, chiuse dentro un recinto lungo chilometri. Il vento alza la sabbia, copre tutto di granelli che pizzicano gli occhi e la gola. L’immondizia avvolge l’intero perimetro, anche la porzione meno problematica, quella dei negozietti e dell’ospedale. Bambini con i vestiti luridi girano per le tende, insultano, lanciano sassi. Si accendono una sigaretta, avranno sì e no dieci anni. Donne con il volto coperto guardano in terra, altre ti penetrano con gli occhi. Alcune parlano russo, altre arabo, la maggior parte si muove silenziosa.
Era così che al-Hol ci appariva tre anni fa. All’epoca nel campo gestito in solitudine dall’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, vivevano in 60mila, membri dell’Isis e le loro famiglie, provenienti da una sessantina di paesi diversi. “Oggi sono circa 42mila - spiega Serwan - Negli ultimi tempi alcuni paesi hanno iniziato a rimpatriarli, l’Iraq in particolare. La Danimarca ha accettato di riprendersi i minori. Per il resto, la maggior parte dei paesi di provenienza, europei e centro-asiatici, se ne disinteressano. Non cercano una soluzione, non hanno alcun piano, soprattutto per i bambini. Meriterebbero un’altra vita, di studiare e crescere lontano dalle scelte dei propri genitori”.
Di tanti bambini, la metà dei detenuti di al-Hol, non esistono nemmeno i certificati di nascita o documenti di identità. A volte non si sa chi sia il padre. Nel campo gli uomini sono divisi dalle donne e i bambini, i siriani e gli iracheni sono divisi dai foreign fighters. I servizi, acqua pulita, scuola, sanità, sono scarsissimi: tutto ricade da anni sulle spalle dell’Amministrazione che fa quel che può. E può poco, sotto embargo e isolata dal resto del mondo dall’occupazione turca.
A presidiare il campo ci sono le Forze democratiche siriane e non è facile. È come svuotare il mare con un cucchiaio: in quel limbo di miseria si sono ricreate le stesse dinamiche gerarchiche dello Stato islamico, che si auto-alimenta grazie alle giovani generazioni. A gestire quelle dinamiche sono le donne, non solo madri e mogli, ma ingranaggi fondamentali della macchina jihadista che fu la creatura di Abu Bakr al-Baghdadi, all’apice del suo “splendore”.
È ancora così, ci dice Serwan: omicidi, aggressioni, roghi di tende ma anche indottrinamento e contrabbando. Di recente un membro della Mezzaluna è stato ucciso a colpi di pistola, un medico straniero della Croce rossa è stato ferito a coltellate. C’è anche chi riesce a scappare, da tunnel scavati sotto terra, e c’è chi fa entrare armi e telefoni. “Sono violenti anche tra di loro, contro chi prova ad allontanarsi da quel sistema e cercare un dialogo con noi. Persiste una mentalità di radicalizzazione. Indottrinano i bambini e li addestrano. I più grandi vengono fatti sposare, matrimoni precoci da cui nascono altri bambini. Per questo l’Amministrazione toglie i ragazzini dal campo quando compiono 14 anni per portarli in centri di deradicalizzazione”.
“Serve rimpatriarli, serve un tribunale internazionale che li giudichi”, conclude Serwan. L’occidente, che sulla lotta all’Isis ha costruito regimi di “sicurezza” razzializzata, politiche migratorie draconiane e narrazioni da scontro di civiltà, finge che sia tutto risolto. Il problema è ricaduto su altri, un’altra forma di “esternalizzazione” delle frontiere.
Ora, con l’avanzata turco-jihadista, il bubbone è pronto a riesplodere.









