di Maysoon Majidi
Il Manifesto, 9 ottobre 2025
Ogni passo curdo verso l’autonomia è percepito come minaccia esistenziale dalla Turchia: milizie islamiste, aziende e ora la Damasco di al-Sharaa sono le armi in mano a Erdogan. Centinaia di persone sono scese in piazza a Qamishlo per esprimere solidarietà agli abitanti di Aleppo. I loro slogan non erano solo contro l’assedio, ma contro il silenzio della comunità internazionale. “Aleppo non è sola”, si leggeva sui cartelli che sventolavano tra le bandiere gialle e rosse. Una protesta quasi ignorata dai media globali, ma rivelatrice del malcontento crescente nelle aree curde.
Sono passati pochi giorni da quando l’ex leader del Fronte al-Nusra, la branca siriana di al-Qaeda, ha parlato al Palazzo di Vetro delle Nazioni unite a New York, sancendo di fatto il ritorno della Siria sulla scena internazionale. Ma la realtà nel Paese resta ben diversa. Ad Aleppo, città simbolo della guerra civile siriana, è entrato in vigore un nuovo cessate il fuoco tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e l’esercito di Damasco. Martedì, l’agenzia ufficiale Sana ha annunciato l’accordo dopo ore di combattimenti nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh. Dietro questa calma apparente, però, si nasconde una frattura profonda.
Secondo Reuters, gli scontri potrebbero incidere sull’accordo storico del 10 marzo tra Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, e Ahmed al-Sharaa, presidente ad interim della Siria. Firmato con la mediazione degli Stati uniti dopo la caduta di Bashar al-Assad e l’ascesa del nuovo governo islamista di Damasco, l’accordo avrebbe dovuto aprire la strada a un’integrazione delle Sdf nello Stato siriano e a una progressiva unificazione delle strutture civili e militari.
Entro la fine del 2025, il controllo dei valichi di frontiera, dei giacimenti petroliferi e dell’aeroporto di Qamishlo sarebbe dovuto tornare sotto l’autorità centrale. Ma a distanza di sei mesi dalla firma, nulla è stato realmente implementato. Le Sdf si erano ritirate formalmente dai quartieri, ma le forze di sicurezza locali, le Asayish, sono rimaste. Una tregua politica più che un patto di fiducia. In pratica, tutto è rimasto sospeso: il governo ha rallentato i passaggi amministrativi, le Sdf hanno continuato a gestire le proprie aree con un’autonomia di fatto e la popolazione si è ritrovata intrappolata tra due poteri che non si fidano l’uno dell’altro.
Secondo i dati del Syrian Observatory for Human Rights, le Sdf controllano ancora il 35% del territorio siriano, inclusi il 90% delle riserve petrolifere e il 65% dei campi di grano. Damasco considera questi territori una leva di pressione politica e rifiuta qualsiasi concessione. Intanto, la Turchia ha consolidato la propria presenza militare lungo i confini settentrionali, da Tel Abyad ad Afrin, impedendo di fatto la nascita di un modello statale decentrato.
Il presidente turco Erdogan ha ribadito che “non permetterà la frammentazione della Siria”, ma dietro la formula diplomatica si nasconde la solita minaccia: ogni passo curdo verso un’autonomia stabile è percepito come rischio esistenziale. La Turchia usa i propri proxy per mantenere alta la tensione e riaffermare la propria influenza economica. Secondo Crisis Group, le aziende turche controllano oggi il 70% del commercio di cemento e grano nel nord della Siria, consolidando una presenza che va oltre l’aspetto militare. “Ankara non vuole una Siria democratica - ha detto un funzionario curdo - Preferisce uno Stato centralizzato e fragile, facile da controllare”. A inizio ottobre Abdi ha incontrato Tom Barrack, inviato speciale Usa per la Siria, e l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom. Tema principale: accelerare l’attuazione dell’accordo di marzo. Ma Washington pare più interessata a evitare il collasso dell’alleanza anti-Isis che a promuovere una reale riforma politica.
Fonti turche confermano che decine di migliaia di miliziani siriani affiliati ad Ankara operano oggi nell’ambito del cosiddetto “Nuovo Esercito Siriano”. Solo negli ultimi tre mesi, questi gruppi hanno condotto 42 operazioni nel nord, causando, secondo il Syrian Human Rights Monitor, almeno 27 vittime civili, di cui sei bambini.
Testimoni locali riferiscono che, dalla fine di settembre, l’esercito siriano ha chiuso tutti gli ingressi ai quartieri curdi. Le Nazioni unite stimano che oltre 4.500 famiglie siano state sfollate da Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh nelle ultime settimane. Medicinali e carburante sono quasi introvabili. “Non sappiamo più a chi apparteniamo - racconta un insegnante - Ogni giorno arriva un ordine diverso: un giorno da Qamishlo, l’altro da Damasco”.
Il portavoce delle Sdf, Farhad Shami, accusa le forze governative di aver tentato di entrare nei quartieri con i carri armati, definendo l’operazione “un’escalation pericolosa”. Damasco replica che l’attacco era una risposta ai “tentativi curdi di prendere il controllo della strada strategica Manbij-al Bab”. Dal 27 settembre gli scontri a Deir Hafer hanno provocato almeno 18 morti e 65 feriti, metà dei quali civili. Le agenzie umanitarie avvertono: la situazione sanitaria rischia di precipitare. L’intesa del 10 marzo prevedeva il riconoscimento costituzionale dei diritti linguistici e culturali dei curdi. Ma il governo ad interim ha rallentato ogni passaggio amministrativo, pubblicando una nuova “Dichiarazione costituzionale” che riproduce un sistema fortemente centralizzato e arabo-centrico.
Un rappresentante del Consiglio democratico siriano ha detto a Rudaw: “La nuova Costituzione ignora la lingua madre, l’autonomia locale e l’uguaglianza di genere. Lo Stato non ha cambiato mentalità, ha solo cambiato nome”. Secondo JinNews, le donne rappresentano il 49,8% delle istituzioni del Rojava, ma la nuova legge elettorale riduce la loro partecipazione al 20%. Undici ong siriane hanno denunciato il carattere “discriminatorio e accentrato” della riforma.
Per i curdi le elezioni appena concluse, non tenutesi in tre province (Hesekê, Raqqa e Suwayda), non sono altro che la riproduzione di un ordine autoritario. Il Consiglio democratico siriano le ha definite “nomine dall’alto”, non un voto popolare. Secondo i dati ufficiali, l’affluenza sarebbe stata del 47%, ma in vaste aree del Nord non è stato aperto alcun seggio. Damasco parla di “ritorno della sovranità nazionale”, ma nel nord i carri armati hanno sostituito le urne. Senza monitoraggio internazionale e con un assedio che continua, il rischio di una nuova escalation è reale.
Da Aleppo a Deir Hafer, il nord della Siria è oggi lo specchio di un paese frammentato, dove la pace resta una parola non tradotta. La posta in gioco non è solo territoriale. È una battaglia di memoria e di rappresentanza: il riconoscimento dei curdi come parte integrante di una Siria pluralista. A pagarne il prezzo sono i civili, soprattutto i curdi, che continuano a trovarsi in prima linea tra speranza e sopravvivenza.










