di Danilo Ceccarelli
La Stampa, 7 settembre 2025
La filosofa Manon Garcia: “Lo Stato fallisce se i crimini contro le donne diventano di massa”. “È possibile vivere con gli uomini?”. Manon Garcia nell’introduzione del suo ultimo libro si dice consapevole del fatto che una simile domanda possa “infastidire”. Ma la filosofa e femminista francese, docente alla Freie Universität di Berlino, non può fare a meno di sollevarla dopo aver seguito al Tribunale di Avignone il processo per gli stupri di Mazan. Un orrore di cui è stata vittima per anni Gisèle Pelicot, sedata e data in pasto a decine di sconosciuti contattati su Internet dal marito Dominique, poi condannato insieme agli altri imputati. In Vivere con gli uomini (Einaudi) Garcia racconta le udienze seguite alternando la narrazione a riflessioni su quell’abominio compiuto da maschi almeno all’apparenza “normali”.
La banalità del male già evocata da Hannah Arendt seguendo il processo a Gerusalemme del nazista Eichmann torna così a manifestarsi sotto varie forme, che vanno dalla violenza sessuale ad episodi di natura diversa, come quelli emersi recentemente con le foto sessiste e volgari pubblicate su Facebook e sul sito Phica.eu.
Da dove nasce la scelta di una tesi così dura?
“È volutamente polemica. Il processo Pelicot ci pone degli interrogativi su cosa significhi vivere con gli uomini. Se consiste in quello che abbiamo visto con questa storia, viene da chiedersi se non ci siamo sbagliati nel credere che sia possibile amarsi nonostante le diversità”.
Che risposta si è data?
“Vivere con gli uomini significa essere esposte alle violenze sessuali, che fanno parte del nostro sistema sociale e non sono un fattore biologico del mondo maschile. Certo, è molto deprimente vedere le cose in questo modo”.
Come è possibile?
“Le donne per vivere sono costrette a dover dimenticare il pericolo continuo delle violenze sessuali. C’è un parallelo interessante che si può fare con il cambiamento climatico: così come non si può costantemente pensare al pianeta che sta andando verso la distruzione, è altrettanto necessario evitare di preoccuparsi dei rischi di stupro che si corrono uscendo di casa. Poi c’è il tema del modo in cui gli uomini desiderano, che sembra essere incompatibile con il concetto di eguaglianza tra i generi. Durante il processo i giudici non hanno mai domandato agli imputati come fosse possibile eccitarsi stuprando Gisèle Pelicot. Al massimo, ad alcuni di loro è stato chiesto perché non fossero riusciti ad avere delle erezioni. Ma per me e molte altre donne presenti in aula la questione è: come si può fare sesso con una donna mezza morta?”.
Quello di Mazan è stato anche ribattezzato come il “processo del consenso”...
“Sono rimasta molto colpita dall’utilizzo di questo termine. Gisèle Pelicot è stata drogata e poi violentata. Mi sembra evidente il fatto che non ci sia stato alcun consenso! Molti imputati si sono difesi affermando di aver agito in quel modo perché c’era un accordo con il marito Dominique. È una strategia da parte di chi non ha altro modo per giustificarsi, ma questo consenso tra stupratore e coniuge dice molto”.
Adesso come bisognerebbe agire?
“Di certo questo tipo di problemi non si risolveranno nei tribunali, dove dominano dei concetti sociali da cambiare”.
In effetti, nel libro afferma che il processo “pone fine al riporre la speranza in via esclusiva nel potere giudiziario”.
“La fiducia nella giustizia si basa sull’idea che i crimini sono un qualcosa di eccezionale. Ma quando diventano all’ordine del giorno, come le violenze sessuali, il sistema non è più sostenibile da un punto di vista finanziario e organizzativo. Nel libro cito un gruppo di sostegno agli stupri scoperto su Telegram con più di 70mila iscritti. Lo Stato non ha i mezzi per processare e incarcerare un numero simile di persone. La soluzione è da ricercare nel sistema educativo, affinché si capisca che c’è un continuum tra il rimanere al bar mentre la propria donna si occupa dei bambini o della cena e quello che è accaduto a Gisèle Pelicot”.
A proposito, che idea si è fatta delle foto a sfondo sessista che hanno fatto così tanto discutere in Italia?
“Dimostrano proprio questo continuum. Per gli uomini è facile condannare un caso estremo come quello di Gisèle Pelicot. Il gruppo Facebook “Mia moglie”, invece, rappresenta la tappa precedente, nella quale i maschi non si pongono nessun problema. La maggior parte di loro dice che non è la fine del mondo, che si tratta solo di un modo per eccitarsi un po’”.
In mezzo c’è sempre Internet, usato come strumento per veicolare violenze e sessismo...
“Sono molto combattuta su questo tema. L’anonimato del web permette di fare delle cose assurde. Dominique Pelicot non sarebbe mai riuscito a trovare così tanti uomini senza la rete, che però potrebbe anche aver aiutato il suo arresto”.
C’è da stupirsi del fatto che certe foto riguardino anche donne di potere, come la nostra premier?
“Sarebbe interessante chiederlo a Giorgia Meloni, ma lei non parla mai di argomenti simili. Tuttavia sono certa che queste donne non siano rimaste troppo sorprese da quanto accaduto, perché fa parte della loro vita essere giudicate in base alla loro apparenza. Anche qui c’è un continuum, tra il commentare come una donna è truccata o pettinata e dire che si ha voglia di farci sesso”.











