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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 14 novembre 2024

Il sistema carcerario italiano sta implodendo. L’ultimo episodio, una drammatica protesta nel carcere di Cuneo lunedì scorso, è solo la punta dell’iceberg di una situazione esplosiva che il governo sembra voler affrontare con il pugno di ferro anziché con riforme strutturali. Alcuni detenuti sono riusciti a raggiungere il tetto della Casa circondariale di Cuneo, mentre all’esterno si schieravano le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Un episodio che, pur non degenerando in violenze o feriti, ha causato ingenti danni alla struttura e messo in luce, ancora una volta, la fragilità di un sistema al collasso. “Quanto accaduto a Cuneo mette a nudo l’emergenza in atto”, denuncia Gennarino De Fazio, segretario generale della UilPa Polizia Penitenziaria. I numeri sono impietosi: oltre 15.000 detenuti in eccesso rispetto ai posti disponibili, 18.000 agenti di polizia penitenziaria mancanti all’appello. Un sistema che opera quotidianamente nell’illegalità.

Il paradosso della repressione - La risposta del governo? Un nuovo “reato di rivolta” inserito nel ddl sicurezza, che prevede fino a 8 anni di reclusione ed esclusione dai benefici penitenziari. Una misura che, secondo gli esperti, rischia di trasformarsi in un boomerang. “Nell’attuale illegalità diffusa delle carceri, persino l’introducendo reato di “rivolta” rischia di tradursi in un “reato impossibile”, laddove non ci sia di fatto un “ordine” contro cui perpetrarlo”, sottolinea De Fazio. L’associazione Antigone dipinge un quadro ancora più fosco: a ottobre la popolazione carceraria ha superato le 62.000 presenze, a fronte di soli 47.000 posti effettivamente disponibili. Ma non è solo questione di spazio vitale.

I dati emersi rivelano una realtà drammatica: educatori costretti a seguire fino a 200 detenuti ciascuno, con inevitabili ritardi nelle pratiche per i trasferimenti e l’accesso alle misure alternative. Tempi che si dilatano, significano famiglie più lontane, tensioni che crescono, vite sospese in un limbo di sofferenza. La carenza di personale si ripercuote anche sull’assistenza sanitaria: visite mediche rimandate per mancanza di agenti che possano scortare i detenuti, patologie che si aggravano nell’attesa. Un circolo vizioso che alimenta la disperazione. “Sul carcere, sulle persone detenute e sugli operatori, è scaricato tutto il peso di politiche penali sempre più di stampo populista”, denuncia Antigone, “di chi pensa si possano affrontare le problematiche economiche e sociali scaricandone le conseguenze sul sistema penitenziario” .

Disagi, ma c’è una via d’uscita - Gli esperti sono unanimi: serve un cambio di rotta immediato. Il ritiro del ddl sicurezza sarebbe solo il primo passo. Occorrono politiche concrete per ridurre la popolazione carceraria e, soprattutto, interventi preventivi sul territorio per evitare che il carcere rimanga l’unica risposta dello Stato al disagio sociale. Dal report del Garante Nazionale delle persone private della libertà emerge una situazione allarmante riguardo al sovraffollamento delle carceri con un indice medio nazionale di affollamento del 133,26% aggiornato all’ 11 novembre 2024. In particolare, 154 strutture (pari all’ 81% degli istituti) operano oltre la capacità regolamentare, e ben 57 istituti superano il 150% della loro capienza ottimale.

Tra i casi più critici, il carcere di San Vittore a Milano registra un indice di sovraffollamento del 223,83%, seguito da strutture come Canton Monbello a Brescia (209,34%) e il carcere di Foggia (207,25%). Anche Regina Coeli a Roma, teatro delle recenti proteste, presenta un indice estremamente alto, pari al 197,53%, riflettendo le tensioni e il disagio diffuso tra la popolazione detenuta. Questo scenario di sovraffollamento incide pesantemente sulla qualità della vita dei detenuti, i quali si trovano spesso a vivere in spazi insufficienti, che non rispettano gli standard minimi raccomandati dalle normative europee. Infatti, come evidenziato dalla Cedu e dal Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, una cella singola dovrebbe garantire almeno 3 mq per detenuto. Non solo.

Da ricordare che le vie di compensazione indicate dalla sentenza Torreggiani riguardano le attività trattamentali e lo stare il più fuori possibile dalle celle. Tutto questo è difficilmente garantito. Resta il fatto che mentre il governo brandisce la clava della repressione, nelle celle italiane cresce la disperazione. E con essa, il rischio che la prossima protesta non si concluda in modo pacifico come quella di Cuneo. Da ricordare che è rimasta nel cassetto la proposta di legge Giachetti di Italia Viva / Bernardini di Nessuno Tocchi Caino sulla liberazione anticipata speciale. Ma è stata affossata sia dalla maggioranza che dal Movimento 5stelle. Il tempo delle riforme e interventi urgenti è ora: domani potrebbe essere troppo tardi.