di Federico Ferraù
ilsussidiario.net, 21 agosto 2026
Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto difende l’operato del governo Meloni sul tema delle carceri, sia sul piano dei nuovi spazi di reclusione sia su quello del reclutamento del personale penitenziario. E cita un incremento delle misure alternative pari a 12mila unità nei primi mesi del 2026. Il problema semmai riguarda la sanità carceraria, che “una parte non secondaria delle Regioni considera una sanità minore, di serie B”. Sisto interverrà oggi al Meeting di Rimini sul tema “La vita oltre il muro. Come far fiorire speranza in carcere”. Il Sussidiario ha parlato con lui anche di femminicidio, imputabilità dei minori, confronto con la magistratura, nuove riforme e sicurezza. Sisto respinge l’accusa di una stretta securitaria non dettata dalla realtà, perché “siamo di fronte a un drammatico aumento della delinquenza minorile. I numeri sui reati in calo ci danno ragione”.
Il governo sta facendo ampi investimenti nella ristrutturazione delle carceri esistenti. Sembra invece esserci un pregiudizio verso le iniziative del privato sociale, sia di assistenza sia di sostegno psico-educativo...
È un’obiezione infondata. Prima, però, partirei dal tema in generale. Posso affermare che siamo il governo che si è occupato più di ogni altro, da Renzi in giù, del problema carceri, e con particolare e fattiva attenzione. Lo dicono, innanzitutto e con chiarezza, gli incrementi epocali dei numeri degli organici. Soltanto nella polizia penitenziaria abbiamo praticamente decuplicato le presenze rispetto ai precedenti governi. È o no un segnale di sensibilità concreta? Aumentare i ranghi degli “eroi” della polizia penitenziaria vuol dire garantire maggiore sicurezza attiva e passiva, per il detenuto e nella struttura.
Per quanto riguarda l’edilizia carceraria?
Il commissario Doglio sta lavorando alacremente. Entro il 2027 si prevede l’ottimizzazione degli ambienti esistenti, insieme alla creazione dei primi nuovi spazi per combattere il sovraffollamento.
La domanda iniziale riguardava il lavoro carcerario...
Sappiamo benissimo che il lavoro abbatte la recidiva al 2%. Consapevoli di tanto, abbiamo innovativamente costituito presso il DAP un ufficio specificamente dedito alla gestione del lavoro penitenziario, interno ed esterno, incrementando considerevolmente le convenzioni con soggetti imprenditoriali. Senza omettere di segnalare che, in parallelo, nei primi mesi del 2026 abbiamo avuto un incremento delle misure alternative: più di 12mila. Sono numeri importanti, che non possono non testimoniare l’impegno: poi, sia chiaro, nessuno ha la bacchetta di Harry Potter.
Sul fronte dei suicidi e delle tossicodipendenze che cosa state facendo?
Abbiamo avviato un piano anti-suicidi, con specifiche istruzioni per il personale, che comincia a dare i primi frutti; e, anche se ogni gesto autolesivo o eterolesivo resta gravissimo, registriamo una diminuzione percentuale dei casi, che però non deve assolutamente rassicurare, anzi deve moltiplicare ulteriormente gli sforzi. È stata, ancora, appena varata la legge 140/2026 sulla tossicodipendenza e ci sono già i primi 500 detenuti che potranno essere inseriti in comunità o comunque in luoghi di espiazione diversi dagli istituti carcerari. Il limite per l’accesso alla misura è stato portato a otto anni di pena, con una prospettiva di alleggerire le presenze carcerarie nei prossimi anni di circa 10mila unità. Va detto che noi di Forza Italia non saremmo contrari a una liberazione anticipata ampliata per pene residue di lieve durata, per soggetti comunque meritevoli.
Una bonifica...
No, per noi è esattamente il contrario: è un dovere. Il tossicodipendente va trattato diversamente dal detenuto comune, con un’ansia rieducativa di cui uno Stato valoriale, ispirato dai principi costituzionali, non può non farsi carico. Per chi poi, come me, ha fede, si tratta di una scelta naturale, obbligatoria, connaturata all’appartenenza a un partito come Forza Italia, forte delle indicazioni liberali di Silvio Berlusconi.
Sul fronte sanitario, qual è il problema principale che lei vede negli istituti?
Una premessa è d’obbligo. La sanità carceraria dipende dalle Regioni e non dal ministero della Giustizia. Ho visitato molti istituti e non voglio generalizzare, ma ho verificato che una parte non secondaria delle Regioni considera la sanità carceraria una sanità minore, di serie B. Questo non va bene, non è consentito proprio dal perentorio disposto degli articoli 3, 27 e 32 della Costituzione. Una sanità carente legittima uno dei due pericoli all’interno delle carceri.
Quali sono?
Il primo è lo sdegno: vivere una situazione igienica, sanitaria o logistica non consona alla necessaria dignità, a prescindere dalla giusta privazione della libertà, è sicura fonte di quel disagio che poi sfocia in pericolose tensioni. Va ribadito a caratteri cubitali: privare della libertà non può voler dire privare della dignità. Il secondo rischio è la depressione, situazione che affonda le radici nella mancanza di prospettive rieducative, di futuro post-carcerario. Se non vedi la fiammella in fondo al tunnel, il rischio di gesti autolesivi si incrementa. Sdegno e depressione, condizioni igienico-sanitarie e prospettive riabilitative sono fronti, a mio avviso, assolutamente decisivi.
C’è anche il problema dei detenuti affetti da malattie psichiatriche, per i quali i tempi di attesa per il ricovero nelle REMS sono molto lunghi e in carcere non esiste un’assistenza psichiatrica dedicata...
È una fonte di grave disagio soggettivo e oggettivo, che oltretutto aumenta i rischi per la sicurezza interna degli istituti. Stiamo tentando di affrontarlo e i dirigenti delle carceri sono impegnati al massimo. Vero è che si possono scrivere tutte le migliori norme del mondo, ma alla fine le persone sono quelle che contano: e di persone dedite all’adempimento del proprio dovere, dai dirigenti agli agenti, dai funzionari ai responsabili dei servizi, ne abbiamo davvero tante.
La recente legge anti-femminicidio 181/2025 prevede nuove aggravanti. Tuttavia il femminicidio di Tania Terrin ha aumentato l’indignazione collettiva e sono molti a dire che “lo Stato ha fallito”, che serve una nuova cultura improntata al rispetto. Nessuna legge sembra sufficiente. Lei cosa dice?
È una mia battaglia di sempre: prevenire vale almeno quanto combattere, sul piano legislativo come nella quotidianità. Il rispetto della vita altrui non può nascere da un’imposizione, ma da una profonda convinzione. Se fin dalla più tenera età facessimo comprendere ai bambini che i saperi e la cultura, naturalmente improntati alla legalità e produttivi di rispetto, sono il modo migliore per crescere e difendersi, avremmo una base individuale diversa. Bisogna partire molto presto: a 10-12 anni può essere già tardi.
Il governo ha approvato un ddl per modificare la presunzione di imputabilità del minore sotto i 18 anni. Le opposizioni vi accusano di volere “i minorenni in galera”. Cosa risponde?
Chi ha esperienza di giustizia minorile sa che nella fascia tra i 14 e i 18 anni i casi di incapacità di intendere e di volere sono rarissimi. Con la nuova norma si grava il minorenne dell’onere di provare la propria incapacità, quale ulteriore risposta all’aumento dei fenomeni di “delinquenza minorile autonoma”. Eravamo abituati al maggiorenne che reclutava, in autoprotezione, correi minorenni; oggi non è più così: i minorenni sono protagonisti, e senza necessità di tutori, anzi con preoccupante disinvoltura.
Quindi?
Alla sinistra delle proteste “a prescindere”, dico che restano in vigore tutti i meccanismi di tutela propri della giustizia minorile, che continua a essere diversa da quella dei maggiorenni.
Come commenta il consuntivo del ministero dell’Interno sulla sicurezza? Poiché i numeri mostrano che i reati sono in calo, qualcuno ha scritto che la “stretta securitaria” del governo è infondata e risponde a un allarme solo “percettivo”...
Alcuni provvedimenti sono stati resi necessari da preoccupanti fenomeni percepiti dalla collettività sulla propria pelle. Non siamo intervenuti per mostrare i muscoli, ma per responsabile stato di necessità. E se la diminuzione accertata dei reati fosse dipesa, almeno in parte, dalle scelte del governo, dal rinnovato clima di fiducia che abbiamo creato nei confronti delle forze dell’ordine?
Secondo l’Associazione Antigone, dal Decreto Caivano in poi la popolazione delle carceri minorili è aumentata del 50%...
Siamo di fronte a un pacifico e drammatico aumento della delinquenza minorile, dato che non può non avere inciso sul fenomeno in questione. Su questi delicati temi mi piacerebbe comunque un’opposizione collaborativa: la sicurezza dei cittadini non ha colori di maglie, si deve giocare nella stessa squadra, sempre.
Il referendum è stato una batosta per il governo. C’è qualcosa in cantiere per quanto riguarda l’assetto della magistratura ordinaria?
Il referendum è stato una grande prova di democrazia. Noi abbiamo lavorato nella convinzione che quella fosse una riforma giusta e 12 milioni e mezzo di italiani hanno detto di essere dalla nostra parte. La Costituzione non è stata “ridotta”, prerogative e diritti restano intatti ed è in nome di quei princìpi che bisogna continuare a lavorare sulle riforme ordinarie che possano rendere la giustizia migliore.
Bisogna volerlo in due...
Se si riferisce all’ANM, con il presidente Tango abbiamo instaurato rapporti di cordialità. Va però detto che l’esito del referendum non cambia l’art. 101 della Costituzione. Le leggi le scrive il Parlamento e la magistratura le applica. Ci si può confrontare civilmente, ma senza pretese di veti e nemmeno di condizionamenti: il Parlamento mantiene, a ragione, la sua autonomia e la deve difendere.
Quali sono i provvedimenti su cui state lavorando?
È in dirittura di arrivo il provvedimento sul sequestro degli smartphone, per il quale servirà l’autorizzazione del Gip, non più del solo Pm, e il ritorno a una prescrizione di tipo sostanziale. È in cantiere avanzato la riforma del Dlgs. 231/2001, che punta a consentire agli enti e alle società di adeguare utilmente i propri assetti alle indicazioni dell’Autorità giudiziaria e, a determinate condizioni, di avere una seconda chance. In pole position la riforma della responsabilità medica, che riconosce il valore sul piano giuridico del sanitario che rispetta linee guida o buone pratiche, mi auguro seguita da un’ormai irrinunciabile riforma della sicurezza sul lavoro.
Sono interventi disparati...
No, c’è un principio che li accomuna, quello dell’adempimento premiante: se fai prevenzione, fai quello che devi per proteggere il paziente, il lavoratore o la società, questo non può non avere un peso nel trattamento giudiziario. La prevenzione è, tra l’altro, una profilassi su cui correttamente si muovono i ministeri della Sanità e del Lavoro: così si evitano inutili contrapposizioni e tutti salgono sullo stesso carro, con il comune interesse a evitare pregiudizi per l’utenza.










