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di Leandro Del Gaudio


Il Mattino, 11 aprile 2020

 

Ogni giorno una quarantina di richieste di scarcerazione. Sono le istanze di libertà targate Covid-19. Casi diversi, che - ridotti all'osso - battono su un punto in particolare: in carcere il mio assistito non può stare - si legge nella richiesta spedita al giudice - perché ha problemi respiratori, ha difese immunitarie basse, rischia il contagio da corona virus.

Scenario ordinario, a leggere le carte che vengono trasmesse in Procura per il parere del pm, che raccontano vicende drammatiche nei giorni della grande paura del contagio. Lockdown da un mese, italiani rintanati in casa, stop ai colloqui detenuti-parenti, le carceri sono il grande assente nel dibattito pubblico.

Ma anche il grande punto interrogativo: cosa accadrebbe se scoppiasse un focolaio in cella? Domande che fanno i conti con le soluzioni adottate a marzo dal Dap, per calmare momenti di nervosismo e rigurgiti di violenza nei padiglioni italiani. Da qualche giorno, anche a Poggioreale e Secondigliano, sono entrati alcuni esemplari di tablet per il collegamento via Skype, per assicurare colloqui tra detenuti e parenti.

Aule dedicate alla connessione, possono usare skype anche i detenuti in regime di alta sicurezza. Un provvedimento per niente condiviso dal sostituto procuratore generale Catello Maresca, per il quale non ci sono dubbi: "Con Skype in carcere abbiamo vanificato trent'anni di lotta alla mafia. Così vengono favoriti i clan, e solo oggi comprendiamo perché si sono placati i tumulti scoppiati un mese fa. I boss hanno ottenuto quello che volevano: un ponte sicuro e difficile da controllare con il mondo esterno, così possono continuare ad esercitare la propria sovranità criminale. È una frontiera pericolosa, sarà difficile tornare indietro, quando l'emergenza sanitaria sarà rientrata, sarà impossibile togliere ipad e cellulari".

Forti perplessità rivolte al ministro di Giustizia Alfonso Bonafede e al direttore del Dap Francesco Basentini, da parte di Giuseppe Moretti, presidente del sindacato di polpen Uspp, che fa un distinguo sui nuovi strumenti: "Mentre l'utilizzo dell'applicazione skype era regolamentata, l'uso degli smartphone non garantisce la limitazione dei colloqui ai soli autorizzati, senza pensare al fatto che non ci risulta che l'amministrazione abbia stipulato un contratto con un gestore telefonico affinché sia garantita la non divulgazione dei contenuti della video telefonata e/o la riservatezza dei colloqui".

Per Moretti, "con la scusa del rischio epidemia si sono indubbiamente allargate le maglie dei controlli e dei filtri che impedivano alla criminalità organizzata e le mafie, già molto attive all'interno delle mura penitenziarie, come anche testimoniato dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo, di agire in modo indisturbato mettendo in difficoltà l'operatività degli agenti di polizia penitenziaria e la credibilità del sistema carcere".

Ma sull'emergenza carceri fanno sentire la propria voce anche la camera penale di Napoli e la Onlus Il carcere possibile: "È necessario un immediato intervento legislativo che disponga la detenzione domiciliare, senza strumenti di controllo a distanza, per tutti i detenuti con pena da scontare inferiore ai quattro anni, che possano beneficiare di misure alternative.

Ed è perfino intuitivo che, un'eventuale diffusione del contagio negli istituti penitenziari, imporrebbe l'adozione di misure alternative ben più estese ed indifferenziate di quelle che oggi la Politica si rifiuta di adottare. È assolutamente indispensabile scongiurare tale pericolo, anche per poter ripristinare al più presto quei presidi di costituzionalità e di umanità della pena, quali la conservazione dei rapporti familiari e l'accesso alle attività rieducative e trattamentali, attualmente sospesi".

Resta inoltre aperto il dibattito su indulto e amnistia. Per molti magistrati e avvocati sono l'unico modo per ridare slancio al processo e alleggerire le condizioni detentive in cella. Non ne è convinto il penalista Luigi Ferrandino, per il quale "amnistia e ad un indulto sono una vera follia, che consiste nel mettere in circolazione criminali affamati accanto ad altri cittadini in difficoltà economica. La giustizia non si salva con amnistia e indulto, ma con una maggiore spesa in tema di giustizia e maggiore impegno di magistrati, cancellieri ed ausiliari".