di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 4 febbraio 2026
Il pacchetto sicurezza avanza, ma a passo controllato. E soprattutto non ancora blindato. Ieri, intervenendo in Aula alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha confermato che il provvedimento è destinato ad approdare al prossimo Consiglio dei ministri. Ma ha anche messo le mani avanti: la data non è certa, perché il via libera dipenderà dall’esito delle ultime verifiche politiche e costituzionali. Un chiarimento che vale più di una smentita e che fotografa lo stato reale del dossier: aperto, sensibile, ancora in bilico. Il Cdm, inizialmente ipotizzato per oggi, dovrebbe ora tenersi domani pomeriggio.
Uno slittamento che non è solo tecnico. Serve tempo per sciogliere i nodi rimasti irrisolti, su due fronti distinti ma intrecciati: quello interno alla maggioranza e quello dell’interlocuzione con il Quirinale. Ed è proprio quest’ultimo passaggio a spiegare perché, come ha ammesso lo stesso Piantedosi, ogni previsione resta subordinata al confronto in corso tra Palazzo Chigi e gli uffici della Presidenza della Repubblica, tenuto dal sottosegretario Alfredo Mantovano.
In questo quadro Piantedosi gioca un ruolo delicato: da un lato, garante della linea del governo sul fronte dell’ordine pubblico; dall’altro, cerniera istituzionale chiamata a tenere insieme l’esigenza del “segnale politico” e il rispetto dei paletti costituzionali. Non a caso, il ministro ha evitato formule perentorie, preferendo attaccare politicamente la sinistra e insistendo sul lavoro ancora in corso e sulla necessità di un testo solido, capace di reggere a eventuali rilievi. L’indicazione politica della premier resta però chiara: dopo i fatti di Torino “serve un segnale”. Ma il perimetro va ristretto alle misure immediatamente applicabili e costituzionalmente difendibili. Per questo, come è noto, il pacchetto è stato spacchettato: da un lato il decreto legge, dall’altro un disegno di legge destinato a un percorso parlamentare più lungo.
Nel decreto dovrebbero confluire le norme considerate urgenti: la stretta sulla vendita dei coltelli ai minori, una forma di fermo preventivo per i manifestanti con precedenti specifici e lo scudo penale per le forze dell’ordine. Proprio su questi punti è in corso la limatura più delicata. Sul fermo preventivo, ad esempio, si valuta una riformulazione che ne attenui il profilo coercitivo, trasformandolo in un “accertamento” con obbligo di informativa all’autorità giudiziaria. Sullo scudo penale, la linea resta quella di escludere automatismi: non un’immunità, ma la non automatica iscrizione nel registro degli indagati quando ricorrono cause di giustificazione.
Profili su cui il Quirinale mantiene alta l’attenzione, in attesa di un testo definitivo che rispetti i criteri di necessità e urgenza richiesti per un decreto legge. Ma non è solo il Colle a frenare. Anche nella maggioranza il cantiere sicurezza ripropone un derby ormai strutturale. La Lega spinge per inserire nel decreto la norma sulla cauzione per chi organizza manifestazioni, rivendicandola come principio di responsabilità: “chi rompe paga”. Forza Italia, invece, frena. Per gli azzurri la cauzione presenta evidenti criticità, sia sul piano politico sia su quello costituzionale, e rischia di comprimere il diritto a manifestare. Una distanza che neppure il vertice di Palazzo Chigi ha colmato.
Il pressing leghista resta però forte. Il tema è stato rilanciato anche al consiglio federale, insieme ad altre richieste: estensione dei taser alle polizie locali e rafforzamento dell’operazione Strade sicure. Proposte che, al momento, non trovano una sponda comune nella coalizione e che difficilmente potrebbero entrare nel decreto senza aprire nuovi fronti di tensione.
È per questo che a Palazzo Chigi prende corpo un’ipotesi già messa in conto: ciò che non supera il doppio vaglio - politico e costituzionale - potrebbe finire nel disegno di legge. Una soluzione che consentirebbe al governo di dare comunque un segnale immediato, rinviando le misure più divisive a un confronto parlamentare ordinario. Il lavoro prosegue intanto lontano dai riflettori, tra uffici legislativi e cabine di regia ristrette. Il messaggio che filtra è prudente: meglio un decreto più snello che un testo impugnabile o destinato a incepparsi subito. La sicurezza resta una priorità politica per l’esecutivo, ma il tetris delle norme è tutt’altro che completato. E il Consiglio dei ministri di giovedì, più che un punto di arrivo, rischia di essere solo una tappa intermedia di un percorso ancora tutto da stabilizzare.











