di Michele Bertelli
Il Domani, 27 aprile 2026
“Non appena cambiamo rotta, ci troviamo due o tre motovedette che ci seguono”. Il racconto di due mesi sulla nave di ricerca e soccorso di Emergency. A bordo della Life Support - Non sono ancora le sei del mattino quando una chiamata per radio butta giù dal letto tutto il personale della nave Life Support. “A tutto lo staff di Emergency, contatto diretto! Ci sono persone in mare! Prepararsi al soccorso”. È il 27 febbraio e l’imbarcazione di ricerca e soccorso si trova nelle acque internazionali di fronte alla Libia. Due motoscafi si sono appena avvicinati e hanno costretto 14 persone a saltare in acqua. I minuti per evitare che affoghino sono pochi. Dal retro della nave viene sganciato immediatamente il centifloat, un galleggiante lungo una decina di metri. Due gommoni di soccorso sono calati in mare. Alle 7.30, i soccorritori portano a bordo della nave i naufraghi provenienti da Afghanistan, Pakistan e Somalia. Infreddoliti, impauriti. Secondo la dottoressa Silvana Zaccardi, alcuni presentano segni di ipotermia, astenia e disidratazione, mentre due non si reggono in piedi.
“Avevano i volti coperti con un panno. Ci hanno picchiato e colpito alla testa e alle mani con il calcio di una pistola. Appena hanno visto la nave ci hanno spinto fuori”, raccontano di chi li ha costretti a saltare. È la prima volta che succede alla Life Support. “Quando una barca arriva e le persone vengono spinte o incitate a gettarsi in acqua, si parla di jettison”, spiega il capomissione di Emergency Jonathan Nanì La Terra. “Ad altre ong era già capitato a partire dall’estate del 2024. C’è una presenza più attiva della guardia costiera libica e per sfuggirle queste barche arrivano vicine, cercano di farsi notare e poi li buttano in mare”. Il rischio è quello di annegare: chi è costretto a saltare non indossa mai un vero e proprio giubbino di salvataggio.
Il momento più difficile - Secondo Nanì La Terra, le operazioni non sono mai state così complicate come nell’ultimo anno. Dopo quel jettison, la Life support ha navigato nel Mediterraneo centrale per due mesi, portando al sicuro altre 262 persone. Le ultime 68 sono state recuperate in due diversi interventi domenica 26 aprile, dopo una permanenza nella zona di ricerca e soccorso di 8 giorni, scandita dalla presenza della guardia costiera libica e di altre imbarcazioni non identificate. Il 22 aprile, ad esempio, è da poco passata mezzanotte quando una voce non identificata li contatta per tre volte sul canale radio di emergenza. La Life Support risponde, ma dall’altro lato tutto tace. “Dopo 10 minuti un’imbarcazione inizia a seguirci”, racconta Antonio Costantino, l’infermiere di Emergency. A breve la voce si fa di nuovo sentire: “Andate a nord”.
“Non appena cambiamo rotta o comunichiamo che stiamo andando verso una potenziale barca in pericolo, due, tre, quattro imbarcazioni arrivano in pochi minuti”, spiega Nanì La Terra. La guardia costiera libica “è più attiva non solo nella propria zona di competenza, ma si spinge sempre più a nord, anche in quella maltese. Questo si traduce in un aumento di intercettazioni e respingimenti illegali”. Il 20 aprile, ad esempio, l’aereo Eagle 2 di Frontex, l’agenzia europea per la custodia dei confini e delle coste, rilancia una richiesta di aiuto. Un’ora dopo, l’aereo Albatross 1 dell’ong Sos Mediterranee avvisa la Life Support che ha avvistato un gommone nero con 50 persone e con il lato destro sgonfio a meno di un’ora di navigazione. Nemmeno 60 minuti dopo, però, Albatross vede una motovedetta 654 classe Bigliani carica di migranti e con un gommone nero a rimorchio. Si tratta di un’imbarcazione ben conosciuta: come riportato nei report degli esperti dell’Onu, è stata fornita dall’Italia a seguito del Memorandum firmato con la Libia nel 2017.
Mediterraneo sempre più vuoto - La guardia costiera libica sembrerebbe quindi non essere mai stata così “efficiente”. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), nel 2026 sono stati riportati indietro 4,407 migranti. Peccato che, allo stesso tempo, questi primi mesi dell’anno abbiano registrato il più alto numero di morti da naufragi nel mar Mediterraneo dal 2014. Oltre 1.100 persone, di cui più di 780 nel Mediterraneo centrale. Per Emergency, è il drammatico costo di un mare sempre più svuotato dalle navi umanitarie. Progetto che - secondo l’organizzazione - è perseguito dallo stesso governo italiano. “Attraverso decine di detenzioni ai sensi del decreto Piantedosi e l’assegnazione dei porti distanti, l’Italia, da oltre tre anni, ostacola chi tenta di colmare il vuoto istituzionale lasciato nel Mediterraneo. Le navi umanitarie hanno accumulato oltre 760 giorni aggiuntivi di navigazione e percorso più di 300.000 chilometri”, dice Davide Giacomino dell’ufficio advocacy.
Il risultato per lui è la rimozione di “testimoni scomodi su quanto accade in un tratto di mare ormai trasformato in un confine disumano, lasciando spazio a intercettazioni in mare e respingimenti illegali verso la Libia, un Paese che non può essere considerato un Pos. Un quadro che rischia di aggravarsi ulteriormente dall’ introduzione del cosiddetto blocco navale, annunciato dal governo italiano come possibile misura futura”.











