di Santino Gaudio*
Il Domani, 20 settembre 2026
Non serve una nuova guerra contro i cellulari. Uno schermo può trasformare una persona in un’immagine; l’educazione deve compiere il percorso contrario, ricordando che dietro quell’immagine esiste un corpo che può essere ferito e una conseguenza che non scompare quando la diretta finisce. Un ragazzo di tredici anni entra a scuola con due coltelli e uno spray urticante. Prima dell’aggressione prepara anche un telefono per riprendere la scena. Poi entra in classe, spruzza lo spray sul volto della sua insegnante e la colpisce. A fermarlo è un compagno. È accaduto a Roma, in una scuola media di Centocelle. È proprio quel telefono, però, a rendere questa storia diversa da una semplice esplosione di violenza scolastica.
Non basta chiedersi perché un tredicenne possa arrivare ad aggredire un’insegnante. Dobbiamo chiederci anche perché, nel momento in cui immagina un gesto del genere, possa immaginare che qualcuno lo guardi. Roma, studente di 13 anni accoltella l’insegnante in classe e tenta di filmare l’aggressione Questione di visibilità Per molto tempo abbiamo pensato ai social come al luogo nel quale raccontare ciò che accade nella vita reale. Oggi il confine è meno netto: qualcosa può essere fatto solo per può essere mostrato e condiviso.
Non significa che i social producano automaticamente violenza. Sarebbe una conclusione semplice quanto scientificamente infondata. Significa piuttosto che visibilità, approvazione dei pari e ricerca di riconoscimento possono entrare nel modo in cui un comportamento viene immaginato e rappresentato. Sherman e colleghi (2016) hanno mostrato sperimentalmente quanto possa contare lo sguardo digitale degli altri durante l’adolescenza. I ragazzi erano più propensi ad apprezzare fotografie che apparivano già accompagnate da molti “like”, e questo effetto si osservava anche davanti a immagini che rappresentavano comportamenti rischiosi. Non significa, naturalmente, che un like possa trasformarsi in un’aggressione.
Significa però che nell’adolescenza il giudizio dei pari può modificare il valore attribuito a ciò che si osserva e si fa. Una recente revisione di 44 studi condotti in 19 paesi, su oltre 90.000 adolescenti, invita infatti a evitare spiegazioni lineari. Il rapporto tra uso dei social e aggressività appare mediato da variabili differenti: uso problematico, ricerca di attenzione, comportamenti digitali a rischio, ma anche caratteristiche individuali, familiari e ambientali (Giannakopoulos & Prassou, 2025).
Non esiste dunque una linea retta che dallo smartphone conduce alla violenza. Il punto è un altro. Nell’adolescenza contemporanea anche la trasgressione può diventare rappresentazione. Il gesto non deve soltanto accadere: può essere pensato per essere visto. E quando il pubblico, reale o immaginato, entra nella scena, alla domanda “che cosa sto facendo?” rischia di affiancarsene un’altra: “Chi mi sta guardando?” La scuola è un bersaglio. La violenza nichilista e la meccanica dell’emulazione Diagnosi diverse C’è poi un errore che dovremmo evitare. Trasformare un fatto di cronaca in una diagnosi a distanza.
Di questo ragazzo conosciamo troppo poco per attribuirgli un disturbo psichiatrico o una particolare struttura di personalità. Un comportamento così grave richiede di conoscere la storia individuale, familiare, scolastica, relazionale e anche digitale. Spiegare non significa giustificare. Significa cercare quei passaggi che potrebbero consentirci di riconoscere prima il rischio e prevenire altri episodi. La scuola, peraltro, ci consegna in questa vicenda anche un’immagine opposta. Un compagno interviene e ferma l’aggressione.
È un dettaglio importante: i pari non sono soltanto spettatori o possibili amplificatori di un comportamento. Possono essere anche un argine. Non serve allora una nuova guerra contro i cellulari. Uno schermo può trasformare una persona in un’immagine; l’educazione deve compiere il percorso contrario, ricordando che dietro quell’immagine esiste un corpo che può essere ferito e una conseguenza che non scompare quando la diretta finisce. Forse è questo l’aspetto più inquietante della vicenda: non soltanto che un tredicenne abbia portato dei coltelli a scuola, ma che la violenza possa essere immaginata anche come contenuto. Proteggere gli adolescenti significa allora insegnare non soltanto che non si colpisce l’altro. Significa anche insegnare che non tutto ciò che può essere mostrato può diventare spettacolo, anzi.
*Psichiatra









