di Shendi Veli
Il Manifesto, 15 agosto 2026
I rischi sono documentati, ma le proposte per istituire un divieto esplicito sono nei cassetti del parlamento. La più avanzata è il ddl 1136 promosso dalla senatrice di Fdi Lavinia Mennuni e dalla dem Simona Malpezzi. I pericoli che le piattaforme social possono comportare per bambini e adolescenti sono documentati: cyberbullismo, pedofilia, accesso a contenuti sessualmente espliciti e conseguenze sulla salute mentale. Anche se non esiste tra gli scienziati un’opinione concorde sull’impatto dei social media nello sviluppo di disturbi come ansia e depressione. È l’Australia il primo paese al mondo ad aver affrontato il problema in punta di diritto con il “Social media minimum age act” entrato in vigore nel 2025. La legge vieta ai minori di 16 anni di creare un account su tutte le maggiori piattaforme globali come Meta, X, Tik Tok, Reddit, Snapchat, Youtube e Twitch (esclusi solo i servizi di messaggeria come Whatsapp e Telegram).
Spetta alle stesse big tech l’onere di fa rispettare il divieto per non incorrere in multe che in euro possono arrivare fino a 60 milioni. Il governo australiano afferma che nei primi sei mesi di applicazione della legge sono stati rimossi o limitati quasi cinque milioni di account di under 16, ma lo studio pubblicato sul British Medical Journal (che ha intervistato circa 400 adolescenti australiani) mostra già i limiti del provvedimento: l’85% dei ragazzi dichiara di utilizzare ancora le piattaforme proibite, in molti casi usando una Vpn per eludere le restrizioni geografiche.
Le difficoltà di implementazione di un divieto simile non hanno però impedito a molti paesi di seguire le orme di Canberra. In Italia per ora non ci sono leggi che limitano in base all’età l’uso dei social se non attraverso il consenso al trattamento dati: può esprimerlo autonomamente solo chi ha superato i 14 anni. Le proposte per istituire un divieto esplicito però sono nei cassetti del Parlamento. La più avanzata è il ddl 1136 promosso dalla senatrice di Fdi Lavinia Mennuni e dalla dem Simona Malpezzi. Il testo, ancora in commissione Innovazione tecnologica al Senato, prevede che l’attivazione di un account sia consentita solo superati i 15 anni di età e che il consenso autonomo al trattamento dati sia portato dai 14 ai 16 anni. Il sistema di verifica dovrebbe prevedere un portafoglio di identità digitale (sul modello Spid), progetto che rientra anche nei piani della Commissione Ue.
Circolano anche altre ipotesi come quella presentata alla Camera dalla Lega che esclude i minori di 15 anni dalle reti sociali e prevede il consenso genitoriale per quelli dai 15 ai 18. Quella depositata da Mara Carfagna di Noi Moderati stabilisce invece un accesso graduale, a partire dal divieto totale per gli under 13 proseguendo, per la fascia 13-16, con un accesso controllato. Oltre alla Francia, che ha incassato ieri il no della Consiglio Costituzionale, anche in Danimarca, Regno Unito, Grecia e Germania ci sono lavori in corso per regolare l’accesso dei minori ai social. In prima linea la Spagna di Sánchez, che ha annunciato un pacchetto di misure restrittive per le imprese tecnologiche che dovrebbe essere approvato nell’autunno: oltre all’età minima fissata a 16, introduce anche la responsabilità penale delle piattaforme per gli algoritmi che rendono virali contenuti illegali o pericolosi. Fuori dall’Europa, alcuni paesi hanno già adottato delle leggi restrittive. È il caso dell’Indonesia e della Malysia. Negli Stati Uniti, a livello federale, non vigono divieti diretti ma alcuni Stati si stanno adoperando con prescrizioni che ne limitano l’uso, anche se sono in corso dispute legali per un possibile conflitto con il Primo emendamento che tutela la libertà di espressione.









