di Stefano Balassone
Il Domani, 18 agosto 2026
Tra lotta agli account anonimi e tutele per i più giovani, la Francia cercherà di scrivere una legge bis che sfugga alle obiezioni della Corte Costituzionale circa il blocco ai social da parte dei minori di 15 anni. La stessa difficoltà si presenterà in ogni paese europeo. Il governo francese cercherà di scrivere una legge bis che sfugga alle obiezioni della Corte Costituzionale circa il blocco ai social da parte dei minori di 15 anni attuato, a colpi di proclami e, implicitamente, a suon di multe, ai social che mancano di attuarlo. Pensiamo che la medesima difficoltà si presenterà in ogni paese europeo che tenterà la stessa mossa.
Quindi il momento di parlarne, guardando alla sostanza, è ora. La misura, vede contrari - c’è da scommetterci - i minori, ma risponde alla crescente richiesta di soccorso da parte di nonni e genitori. Gli psicologi si spaccano fra favorevoli e contrari mentre politici e moralisti si sono lanciati, come da mestiere, a raccogliere l’onda di richiesta e la promessa di consenso su cui galleggia la questione. Comunque la si veda, è fuor di dubbio che sul rapporto minori-social si sta verificando la prima crisi di massa della trentennale luna di miele con i popoli assuefatti e assoggettati.
Più che vietare i social ai minorenni bisogna progettarli in modo sicuro - Dove stia il punto critico appare chiaro ricordando che i social hanno preso forma e messo piede sulla base di una legge Usa del 1996. Legge astuta e truffaldina che, volendo regolare il nuovissimo mercato di internet (si era alla vigilia della bolla delle dot.com di fine secolo) definiva i fornitori di accessi a internet come meri provider di contenuti elaborati dai loro utenti, quindi esenti da ogni responsabilità allo stesso modo di un postino per i contenuti della posta che recapita. Ma la stessa legge, qui sta la truffa, rendeva la “responsabilità” figlia di nessuno perché mancava di prescrivere l’identificabilità degli utenti titolari di account e quindi creatori ipoteticamente chiamati a rispondere, come da sempre i giornali, la radio e la tv, dei contenuti apportati nello spazio pubblico. In questo vuoto di responsabilità ha fulmineamente allungato radici la versione corrente del social come macchine massive, basate su miliardi di account robotici che, figli di nessuno e quindi invulnerabili, propagandano, pressano e profilano i malcapitati umani per venderli traendone ricavi (pubblicitari).
Questo è il problema, e non certo quello di quattro spelacchiati leoni da tastiera. Al sistema s’aggiunse attorno al 2018, e qualche sconsiderato la ritenne allora una conquista, lo scherno della “moderazione” per cui al medesimo algoritmo che - d’intesa con i robot propri e altrui - crea l’orrore denunciato viene chiesto di mitigarlo sceneggiando la, peraltro velleitaria nell’internet istantaneamente diffusiva, soppressione di parole, immagini e suoni posti nel libro Indice del Male. La destra e l’islamofobia, come si costruisce il nemico Raddrizzare un sistema nato storto Il punto è che se un sistema nasce storto tale resta, a meno che non lo si raddrizzi per davvero. Il che porta dritti al punto della identificabilità degli account, che oggi manca, e alla conseguente responsabilità oggi latitante.
Se mai ci si arrivasse ne deriverebbe la possibilità di vagliare i contenuti offensivi circa minori, rispetto di genere, ed ogni altro e perseguirne i responsabili attraverso i correnti strumenti giudiziari. In piena adesione ai principi liberali, gli unici, quando si parla di comunicazione, sensati e sopportabili. Qui subentra la questione tecnica: come è possibile che, all’attivazione dell’account, l’utente, pur scegliendo uno pseudonimo a piacere, si renda identificabile senza trasferire i propri dati di identificazione alla piattaforma?
Si tratta di un punto irrinunciabile secondo i più elementari standard di privacy e può essere soddisfatto solo da un unico sistema che testimoni alla piattaforma l’esistenza della persona senza comunicare il nome, ma abbinandogli una chiave che solo l’autorità giudiziaria può impiegare. I nostri giovani stanno male. Proibire i social non li salverà Gli svizzeri, che alla privacy ci tengono, hanno detto sì a questo sistema di identità digitale, purché sia pubblico. La Ue sta varando lo EuID che varrà dall’anno prossimo, salvo errori, ritardi od omissioni, per l’insieme dell’Unione.
A naso diremmo che ogni sforzo di bannare i social per proteggere qualche categoria vecchia o giovane, dovrebbe volgersi all’obiettivo di fare funzionare al più presto questi sistemi e, in particolare, di imporre alle piattaforme stesse di guidare gli utenti ad adottarli. A missione compiuta avremmo sgombrato il campo dagli spam social di autocrati, spie democratiche e ricconi, mentre qualche social europeo avrà trovato il modo di farsi sotto nel mercato prendendo in contropiede gli attuali, viziati e soffocanti incombenti cui l’Europa versa il suo tributo da trenta anni.









