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di Gianluca Nicoletti

La Stampa, 26 marzo 2026

Ora possiamo dire che è stato condannato il pusher che ci ha reso tutti dipendenti da una “sostanza” nociva; una droga non elaborata chimicamente ma spacciata attraverso modelli matematici. È l’algoritmo che ci fa galleggiare estatici nella realtà dei social che ci ha resi dei tossici, e questa non è più solo una presa di posizione ideologica ma una realtà che potrebbe presto essere sancita dai tribunali. È un passaggio storico che entra nella carne viva della nostra evoluzione digitale: l’antico anatema rivolto al mondo online non è più legato soltanto ai contenuti potenzialmente dannosi, ma alla maniera in cui sono costruiti gli algoritmi che li creano e li distribuiscono, programmati per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. La giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha consapevolmente danneggiato la salute mentale di bambini e ha nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale minorile sulle sue piattaforme sociali.

Una grande porzione del potere di fuoco che oggi bombarda a tappeto l’emotività, non solo dei più giovani ma dell’intero genere umano dotato di smartphone, avrebbe dunque trascurato di intervenire su comportamenti criminosi, mentre perfezionava sottili meccanismi di cattura dell’interesse e condizionamento del tempo. È prevedibile che questo tsunami giuridico creerà un precedente destinato a pesare su tutte le cause in corso e altre future, intentate da familiari e associazioni che accusano i social di aver contribuito a scompensi gravi sul piano psichico, fino ai casi estremi di suicidio. Ancora di più, finirà per coinvolgere anche i sistemi di Intelligenza Artificiale tipo ChatGPT, dove ad essere messo in discussione sarà ancora l’algoritmo nel suo regolare funzionamento, non solo le sue distorsioni patologiche, quando dovesse emergere che avrebbe potuto favorire comportamenti autolesivi in persone particolarmente fragili.

Non saranno certo le sanzioni pecuniarie a spaventare i giganti che sovrastano ogni nostro immaginario; di sicuro però il diritto ha cominciato a riconoscere che, nessuno escluso, ci stanno propinando un meccanismo di persuasione capace di cambiare in maniera velocissima la percezione del reale, le relazioni, le maniere di pensare, la valutazione degli eventi che attraversiamo. In altre parole ci stiamo avviando a essere immersi in quella “matrice”, animata da un codice, che la fantascienza di ultima generazione ha profetizzato da più di un ventennio. Lo abbiamo sempre intuito e probabilmente lo abbiamo accettato perché rendeva più leggero l’esistere, ci gratificava, ci faceva sentire importanti e al centro dell’universo, anche se oggettivamente ignoranti e meschini. È esattamente l’effetto che procurano le droghe, con la differenza che l’algoritmo ha tutto l’interesse a tenerci in vita: salvo alcuni effetti collaterali, gli serviamo attivi e succubi per il maggior tempo possibile.