di Andrea Valdambrini
Il Manifesto, 30 ottobre 2026
La Commissione Ue vuole congelare per dodici mesi le iniziative nazionali che anticipano le future regole comuni sui social per i minori. La giustificazione è evitare che ogni paese proceda per conto proprio, con limiti di età e obblighi diversi, frammentando il mercato unico. A chiarirlo è stato Thomas Regnier, portavoce della Commissione per il digitale, che ha spiegato come Bruxelles tema che la diversità degli approcci nazionali renda più difficile far rispettare le regole alle piattaforme. Il rinvio lascia così in stand-by le iniziative dei singoli Paesi mentre il Kids Act viene negoziato tra Eurocamera e Consiglio Ue. Il risultato è che le nuove restrizioni vengono rimandate e le piattaforme continuano a operare senza i nuovi vincoli.
Il Kids Act, presentato dalla Commissione il 17 settembre, era stato preceduto dall’impegno di Ursula von der Leyen, che nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2025 aveva annunciato un gruppo di esperti sulla sicurezza dei minori online. La proposta prevede un accesso graduale ai social: niente account sotto i 13 anni, mini-account con funzionalità limitate e supervisione dei genitori tra i 13 e i 14 anni, account autonomi dai 15.
La decisione di Bruxelles arriva mentre diversi governi stanno valutando o preparando limiti nazionali all’accesso dei minori ai social. Oltre all’Austria, che punta a vietare le piattaforme agli under 14, hanno notificato proprie iniziative a Bruxelles anche Italia, Slovenia, Belgio e Francia. Resta da capire come il rinvio deciso da Bruxelles inciderà sulle iniziative nazionali già annunciate. La necessità di regolare l’accesso ai social per i più giovani ha acceso un dibattito globale. In Australia, dal dicembre 2025, le piattaforme interessate devono impedire ai minori di 16 anni di avere un account. In Canada il governo ha presentato a giugno una proposta di legge che prevede lo stesso limite, insieme a nuovi obblighi di sicurezza per i servizi online e i chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Il problema, però, non è soltanto l’età di accesso ai social. Ricercatori e organizzazioni per i diritti digitali richiamano l’attenzione sui meccanismi con cui le piattaforme catturano l’attenzione: scrolling infinito, notifiche e sistemi di ricompensa possono incoraggiare un uso prolungato e rendere più difficile staccarsi dallo schermo. È proprio su questo terreno che si concentra una parte delle critiche. In un’analisi pubblicata il 30 settembre, European Digital Rights (EDRi), rete europea di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti digitali, ha contestato l’impostazione del Kids Act. Secondo EDRi, i limiti di età rischiano di lasciare in secondo piano le caratteristiche dei servizi e le pratiche commerciali che possono danneggiare i minori. I controlli anagrafici possono inoltre sollevare problemi di privacy e spingere i ragazzi ad aggirare le restrizioni. Il rischio è di concentrare la risposta sull’accesso degli utenti senza intervenire abbastanza sui meccanismi che catturano la loro attenzione.
Mentre Bruxelles chiede agli stati di aspettare, bisogna capire chi ci guadagna. “La Commissione ha l’onere di dimostrare che questa sospensione è finalizzata ad adottare rapidamente misure di protezione solide e valide in tutta l’Ue, e non a venire incontro agli interessi delle più potenti aziende tecnologiche del mondo”, commenta al manifesto Olivier Hoedeman, coordinatore delle campagne e della ricerca di Corporate Europe Observatory. Un rapporto dell’organizzazione pubblicato a febbraio sul lobbying documenta la forte presenza dell’industria tecnologica nel confronto con le istituzioni europee e le pressioni contro regole sulle funzionalità che possono favorire meccanismi di assuefazione.
E quello delle big tech è anche un nodo politico mai risolto nei burrascosi rapporti transatlantici dell’era Trump. Il presidente statunitense ha più volte minacciato ritorsioni commerciali contro quei governi che introducono imposte o norme digitali considerate penalizzanti per le aziende tecnologiche statunitensi. Già solo le regole del Digital Services Act (Dsa), da tempo in vigore in Europa, appaiono a Trump una sorta di lesa maestà. Basti ricordare che nel giugno 2026 ha minacciato dazi del 100% sulle merci provenienti dai Paesi che applicassero una tassa sui servizi digitali alle imprese americane.









