di Andrea Malaguti
La Stampa, 5 ottobre 2025
“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo serve: a camminare”. Eduardo Galeano.
Viviamo in un’epoca di speranze tradite. Immagino che sia per questo che migliaia di persone scendono spontaneamente in piazza in ogni angolo del mondo. Trump ad Anchorage ci aveva promesso la pace in Ucraina. Tappeto rosso per Putin. Due pacche sulle spalle. E il solito arrogante “scansatevi, ci penso io”. Non ha funzionato. L’Orso russo martella Kiev come mai in passato. E la diplomazia americana, schiacciata da Mosca e Pechino, dà l’impressione di non essere mai stata tanto disorientata, moltiplicando, di riflesso, la debolezza già piuttosto radicale dell’Europa. Chi custodisce le nostre speranze? Adesso c’è la partita mediorientale a rimettere The Donald al centro della scena. Piano per il cessate il fuoco in venti punti, condivisione con i Paesi arabi, nessun coinvolgimento palestinese. Ma, dalla notte di venerdì, a sorpresa, l’apertura dei tagliagole di Hamas, dopo due anni esatti di violenza, dolore, crudeltà e l’annichilimento di sessantamila gazawi per mano dell’Idf (le forze di difesa di Israele).
“Siamo pronti a ridare gli ostaggi”. Vivi e morti. La destra israeliana guidata dall’inumano Ben-Gvir si ribella. Vuole lo sterminio, il ministro della sicurezza. L’idea di un accordo lo sconvolge. Cerca la soluzione finale e non si fa scrupolo di dirlo apertamente, mentre calpesta i principi più elementari del diritto internazionale e umilia gli attivisti della Flotilla. Netanyahu, messo apparentemente spalle al muro dalla Casa Bianca, prende tempo, molti analisti reputano illusoria la fine del conflitto, ma fino a quando questa debole fiammella di civiltà resta accesa, vale la pena immaginare che sia vera. Specialmente nel giorno di San Francesco, celebrato ieri ad Assisi da Giorgia Meloni, improvvisamente a suo agio con il saio e con le regole di povertà, obbedienza e castità. Valori che ciascuno declina a modo suo. E che, intanto, spingono la premier a dire ispirata che, grazie al piano-Trump, “una luce di pace squarcia le tenebre della guerra”. Un filo retorico, ma magari fosse.
Diversamente la crepa tra Decisori e Società civile diventerebbe voragine. L’opinione pubblica si è mossa in blocco. Con la fragorosa, nobile, confusa contraddittorietà delle piazze italiane, ma anche con i cortei di Dublino, Atene, Stoccolma, Parigi, Berlino, Bruxelles, Ginevra, Istanbul Brasilia, Buenos Aires, Kuala Lampur, Tunisi e qui mi fermo, salvo notare che difficilmente questo disagio diffuso lo si può interpretare come un assalto a Palazzo Chigi. Sottovalutare il sentimento popolare sarebbe catastrofico.
La stessa amministrazione Trump faticherebbe a sopravvivere ad un nuovo imbroglio diplomatico. Basta ascoltare un paio di podcast dell’influencer Maga (Make America Great Again) Tucker Carlson, per capire l’aria che tira. Israele è nel mirino degli ultranazionalisti-suprematisti-bianchi. Un po’ perché in loro resiste l’anima da nazistelli dell’Illinois, un po’ perché - e forse soprattutto - alla favola del Trump pacificatore ci avevano creduto davvero. Se dopo l’imbarazzante teatrino di Anchorage arrivasse un nuovo flop, la parola del Capo precipiterebbe più del dollaro. Dopo Putin, può il presidente degli Stati Uniti farsi prendere in giro anche da Netanyahu e dai terroristi di Hamas? In tutti i discorsi del Tycoon, anche in quelli più crudeli, c’è qualcosa di impostato e di caricaturale, in definitiva di patetico. Eppure, mezzo mondo è con lui. Un tracollo mediorientale ridurrebbe drasticamente il numero dei suoi seguaci e probabilmente rialimenterebbe le piazze.
E qui torniamo a casa nostra. Parto da Torino. Tra le mille cose che ha detto Jeff Bezos venerdì alla Tech Week in dialogo con John Elkann, me n’è rimasta in testa una che parlava secco alla politica planetaria. E alla nostra in particolare. È il suo modo di pensare agli affari. Un modo che funziona mi viene da dire. In ogni caso, il punto era sintetizzabile così: “Penso sempre ai bisogni dei miei clienti, ma quando devo decidere le strategie, lo faccio io”. Perché non basta avere un bisogno per sapere anche come soddisfarlo. Bisogna che qualcuno lo interpreti, lo orienti e lo risolva. Nei casi migliori persino che lo anticipi. Traducendo: non ci si può lasciare trascinare dalla corrente, bisogna avere visione e leadership. Merce ormai scomparsa dagli uffici governativi e antigovernativi tricolore.
Le manifestazioni sono il respiro di una società. Il modo in cui si esprimono sentimenti e punti di vista. In generale non è saggio comprimerle, né, tanto meno, reprimerle. Sono la valvola di sfogo che spesso consente agli umori di non trasformarsi in ribellione diffusa. Sosteneva Aldo Moro che l’Italia è un Paese tumultuoso. È vero. Abbiamo avuto vent’anni di fascismo e poi il più grande partito comunista occidentale. In noi esiste chiaramente una vocazione all’estremismo. È la nostra natura più profonda. E ogni tentativo per tenerlo a bada è benedetto. Triste, peraltro, quel Paese che non protesta mai. Perché in quel caso possono essere successe solo due cose: o è emotivamente in coma o è sotto una dittatura. Ecco perché è surreale irridere e provocare le piazze da parte di chi è al governo ed è infantile strumentalizzarle da parte di chi è all’opposizione e di sicuro non ha né ispirato né guidato la protesta, ma, piuttosto, l’ha seguita e inseguita.
Uscendo dalla Tech Week mi è capitato di fare un pezzo di strada con una studentessa universitaria che sventolava una bandiera palestinese. Le ho chiesto, perché? Mi ha detto: “Non ce la faccio più a vedere bambini che muoiono mentre la politica si gira dall’altra parte e dice che non è ancora il tempo di intervenire”. È stata lei a regalarmi la citazione di Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo serve: a camminare”. La ringrazio. È come se mi avesse fatto ringiovanire di trent’anni. Mi ha messo in mano un ideale. Noi adulti ne abbiamo ancora? Domanda inevitabile mentre Meloni e Schlein, testimonial di due mondi che rifiutano la conciliazione, continuano a consegnare un’impressione di sofferta ambiguità.
Niente di tutto questo, naturalmente, legittima o tanto meno giustifica gli assalti alle Ogr di Torino, alla stazione di Milano, la bomba carta a Firenze, i vandalismi alla statua del Papa o, men che meno, le sassaiole contro le forze dell’ordine. Violenza irricevibile e gratuita, che peraltro - per scelta o per eterogenesi dei fini - produce l’irrigidimento di un esecutivo già perfettamente a suo agio con il panpenalismo automatico e porta voti ai partiti che teorizzano più ordine in cambio di sicurezza. Chi viola la legge distrugge la protesta. Ma qualcosa sta succedendo e anche se ci mette a disagio bisogna parlarne. Ci eravamo abituati ad un Paese che resta fermo, immobile, come se gli si fosse addormentata la volontà. Adesso il Paese è sveglio. E pretende che qualcuno gli parli.










