di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 16 dicembre 2021
La situazione a Tripoli è tranquilla dopo il colpo di mano dei gruppi armati che ieri hanno messo sotto assedio il governo. Ma è ormai certo che le consultazioni previste fra otto giorni sono destinate a saltare. È stata una notte tranquilla, ma la città rimane presidiata dalle milizie, il governo dovrà trattare e le elezioni di sicuro salteranno". Al telefono da Tripoli un importante professionista libico descrive la situazione nella capitale a poche ore dal colpo di mano delle milizie che hanno messo sotto assedio il governo di Abdelhamid Dbeibah.
Questa mattina il traffico è inesistente, anche perché siamo alla vigilia del venerdì, il giorno di festa islamico. Le strade sono deserte, decine di "tecniche", le jeep e i fuoristrada armati con mitragliatrici sul cassone, sono schierate dappertutto, per esempio a lato della strada costiera, davanti alla base di Abu Sitta, il porto militare dove per mesi aveva alloggiato il presidente Fayez Serraj. Altre auto delle milizie sono ancora attorno ai palazzi del potere, la sede del primo ministro, del Consiglio presidenziale, del ministero della Difesa.
A 8 giorni dalla presunta data delle elezioni a Tripoli ormai è chiaro cosa è accaduto: praticamente tutte le milizie che hanno controllato la città per anni, assieme alla corrente politica del Fratelli Musulmani, hanno ritenuto pericolosissimo far avanzare il processo politico. E sono scese in campo. La milizia di Salha Badi lo ha dichiarato apertamente, "le elezioni non si terranno". Questo perché le elezioni presidenziali avrebbero continuano a ridimensionare il loro ruolo nel gioco libico, a favore di nuovi soggetti.
Le milizie scese in strada sono la "Nawasi" guidata dal potente Mustafa Ibrahim Gaddur, la milizia "Ghneiwa", comandata da Abdel Ghani al-Kikli. Con loro c'è anche "Al Somoud" di Salah Badi. Quest'ultimo è un deputato-miliziano di Misurata, soprannominato "cavallo pazzo" ha combattuto per mesi in prima linea ai tempi della rivoluzione contro Gheddafi e non ha mai accettato nessun tipo di "riconciliazione" con i gheddafiani. Si attende un pronunciamento anche di un altro gruppo, la "Tripoli Revolutionaries Brigade" dell'ex capitano di polizia Haitam Tajuri: anche lui sarebbe vicino ai "colleghi-rivali" con cui tante volte si è scontrato in passato, ma che adesso sono alleati nel tentativo di non perdere potere.
La causa che ha scatenato la mossa militare di mercoledì sera è la sostituzione del comandante militare di Tripoli, il generale Abdelbaset Marwan, rimpiazzato dal generale Abdelkader Khalifa. Marwan era considerato una "garanzia" per le milizie, e soprattutto era un freno a una nuova milizia, la "Brigata 444" che è stata formata da pochi mesi e che è sostenuta massicciamente dal nuovo governo e dall'esercito turco.
Il nuovo comandante militare di Tripoli, il generale Khalifa, è un ufficiale dalle credenziali "rivoluzionarie" specchiate. Ha partecipato alla rivoluzione del "17 febbraio" sin dall'inizio, ha partecipato alla "Bunyan Al Marsous" (la liberazione di Sirte dall'Isis) e all'operazione "Vulcano di rabbia" (la resistenza all'attacco di Haftar". Ma viene visto dalle milizie di Tripoli come uno strumento del nuovo governo per ridurre il loro ruolo.
Secondo alcune versioni che circolavano ieri notte a Tripoli, alcuni fra i "signori della guerra" hanno chiesto un incontro con il presidente Mohammed al Menfi, che però era in viaggio fuori dal Paese. Appoggiati dalla milizia di Salah Badi, i 2 capi di "Ghneiwa" e "Nawasi" hanno allora deciso di circondare gli uffici presidenziali e di far partire quello che sarà un vero e proprio negoziato.
La fiammata della notte potrebbe essere recuperata come altre volte è accaduto in Libia negli ultimi anni: una trattativa sarebbe già partita. Ma l'incidente è la conferma di molte cose: innanzitutto le milizie di Tripoli rimangono i gruppi che hanno tutto da perdere da un ritorno al percorso democratico. Perderanno ruolo militare, controllo di fette della città e dei suoi traffici e perderanno quindi introiti economici. Nel precedente governo, quello di Fayez Serraj, il ministro dell'Interno Fathi Bashaga aveva provato a mettere in riga le milizie di Tripoli, ma era stato costretto all'impotenza.
Il secondo elemento chiaro a tutti è che in queste condizioni sarà impossibile tenere le elezioni presidenziali il 24 dicembre. Già nelle ore scorse a Tripoli era girata la voce che la prossima settimana il presidente della Alta Commissione Elettorale avrebbe annunciato un "breve rinvio" del voto dovuto a ragioni tecniche. Il problema è che anche in altre aree del paese, dall'Est al Sud, ci sono milizie o altri gruppi che potrebbero obiettare qualcosa, che potrebbero avere interesse a sabotare un processo politico che metta da parte i militari. Se qualcuno iniziasse ad imitare le milizie di Tripoli la situazione tornerebbe del tutto fuori controllo.
Ultima notizia, quella relativa al lavoro che in queste ore sta facendo Stephanie Williams, l'inviata speciale del segretario generale dell'Onu Guterres. La ex diplomatica americana ieri è stata a Misurata, dove ha incontrato capi politici e militari. Da quel che si capisce, tutti sono contrari a tenere adesso le elezioni presidenziali. Vorrebbero prima le politiche, per rinnovare il Parlamento, per pesare i rapporti di forza fra le varie correnti e le diverse aree del paese. Soltanto dopo si arriverebbe ad elezioni presidenziali. Misurata non è un elemento marginale sullo scacchiere libico. Se questa richiesta venisse confermata, tutto il processo politico in Libia verrebbe dirottato quindi in una direzione del tutto diversa.









