di Dimitri Grego
Il Manifesto, 12 marzo 2026
A proposito di un libro, edito da Ets, di Giovanna Baldini che racconta la sua esperienza di volontaria alla Casa circondariale “Don Bosco” di Pisa. Giovanna Baldini insegna lettere nei licei, ma da oltre quindici anni attraversa ogni settimana un altro tipo di aula: quella della Casa circondariale “Don Bosco” di Pisa. È volontaria e socia di Controluce, associazione di volontariato penitenziario attiva nel territorio pisano dal 1993. Da questa esperienza nasce “Solidali tra le sbarre. L’esperienza di Controluce nella realtà pisana” (1993-2025), pubblicato da Ets (pp. 124, euro 12): un libro che prova a restituire ombre e spiragli di luce di un mondo troppo spesso evocato solo nelle emergenze. Il tema è incandescente e cruciale, basterebbe sfogliare l’ultimo rapporto di Antigone per misurare la portata della crisi: un tasso di sovraffollamento che ha toccato il 138,5% e 79 suicidi in un anno. Numeri che non sono semplici statistiche, ma indizi di un sistema al limite (sul manifesto ha scritto, e scrive, di questi temi Eleonora Martini, ndr).
Dentro questo quadro nazionale, Giovanna Baldini sceglie la lente della “piccola” realtà del Don Bosco. Ma è proprio nella dimensione locale che il libro trova la sua forza: ciò che accade in quell’istituto diventa lo specchio di un paese. Fin dalle prime pagine, il lettore è accompagnato in un viaggio che sembra senza uscita, eppure attraversato da ostinati segnali di possibilità. Le criticità emergono con nettezza: condizioni igieniche e sanitarie precarie, fragilità psichiche diffuse, tensioni che investono non solo i detenuti ma anche gli agenti. E tuttavia, accanto al disagio, prendono forma esperienze educative e culturali capaci di aprire varchi. Progetti che, come fiori di loto nella melma, riescono a sbocciare dove meno ce lo si aspetterebbe. Viene in mente Edward Bunker, detenuto di lungo corso prima di diventare autore di culto del noir, quando nella sua autobiografia Educazione di una canaglia raccontava come la scrittura e lo studio possano trasformarsi in strumenti di riscatto.
“Solidali tra le sbarre” raccoglie anche alcune storie a lieto fine, ma non indulge mai nell’edificazione. L’aspetto più convincente del libro sta piuttosto nella sua paziente perizia antropologica: Baldini osserva, ascolta, ricostruisce. Scandaglia le relazioni, i linguaggi, le ferite e le resistenze quotidiane, mostrando come la solidarietà non sia una parola astratta ma una pratica concreta, capace di offrire seconde possibilità.
Il discorso resta complesso, stratificato, privo di scorciatoie. Eppure, in un tempo in cui il carcere torna a essere terreno di scontro securitario, questo libro ricorda che le prigioni sono uno dei luoghi decisivi della nostra democrazia. È lì che parole fuori moda come compassione e speranza possono ancora trovare senso. E, forse, tornare a interrogarci.










