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di Francesco Petrelli

Il Dubbio, 22 agosto 2026

Si terrà a Firenze il 19 settembre 2026 l’evento “Lo stato generale dell’esecuzione penale - anatomia di un disastro - analisi e proposte”, con il quale l’Unione delle Camere Penali italiane intende offrire il proprio contributo alla possibile soluzione della crisi che attraversa l’universo carcerario. Lo faremo convocando esponenti dell’avvocatura, dell’accademia, della politica e della magistratura, per una analisi approfondita delle ragioni storiche e delle cause più prossime della patologia. Abbiamo voluto evocare nel titolo, “Lo stato generale dell’esecuzione penale”, ribaltandone il senso, quegli “Stati generali dell’esecuzione penale”, che oramai dieci anni fa ci avevano fatto sperare nell’inizio di una nuova fase, specificando tuttavia che, proprio muovendo dalla ricognizione empirica del contesto, “Anatomia di un disastro”, risulta indispensabile operare una aggiornata valutazione politica e tecnica in ordine alla praticabilità dei rimedi più urgenti, ed alle concrete possibilità di soluzione di una condizione di crisi non più tollerabile: “Analisi e Proposte”.

La scelta di Firenze, luogo divenuto emblematico con il sequestro del carcere di Sollicciano, delle più evidenti distorsioni del sistema penitenziario, insieme all’imminente udienza del 22 settembre 2026 davanti alla Corte costituzionale sul tema della tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, conferisce a questo appuntamento anche un particolare significato simbolico. L’esperienza dell’Unione delle Camere Penali, “Ristretti in agosto”, restituisce un’immagine drammatica del nostro sistema carcerario, soltanto acuita dal periodo estivo, caratterizzata infatti da gravissime e risalenti carenze strutturali, igieniche ed ambientali, incompatibili con l’idea di umanità delle pene detentive. Il tasso di sovraffollamento, che ha superato il limite del 140%, non restituisce ovviamente la illegalità di situazioni locali nelle quali il numero dei detenuti è doppio rispetto alle effettive disponibilità.

Nessuna delle risorse impegnate è in grado di compensare adeguatamente il costante incremento della popolazione carceraria, e si rende ogni giorno più evidente la assoluta asimmetria fra il numero dei detenuti e il numero degli operatori necessari per l’assistenza sanitaria e psicologica e per il trattamento, a tacere della gravissima carenza di organici della polizia penitenziaria. Si tratta di una sproporzione che ha molteplici effetti destabilizzanti: rende infatti impossibile ogni concreta assistenza sanitaria e psicologica ed impedisce ogni forma di trattamento personalizzato in favore dei condannati; condizioni che determinano entrambe l’incapacità del sistema di intercettare quelle forme di disagio che concorrono ad incrementare il numero spaventoso dei decessi e dei suicidi che ha contrassegnato questi ultimi drammatici anni.

Al tempo stesso il numero dei detenuti, nella persistente carenza degli organici di polizia penitenziaria, ha giustificato l’adozione di politiche securitarie, che si sono risolte nella chiusura degli spazi di socializzazione e in una progressiva criminalizzazione dei profili disciplinari, il tutto con ricadute evidenti sotto il profilo della possibile fruizione del trattamento e delle misure alternative. Un carcere degradato a mero contenitore di marginalità sociale e di disagio psichico, ovvero a pura struttura di restrizione e di retribuzione, in risposta alle mere pulsioni punitive della collettività, è destinato inevitabilmente al collasso e ad accentuare la già inaccettabile condizione di compressione della dignità dei detenuti e dei diritti stessi della persona, vanificando ogni residua speranza di riabilitazione ed ogni attesa di risocializzazione.

Occorre, dunque, intervenire rapidamente e ragionare sul fatto che qualunque, pur necessaria, “programmazione di lungo termine”, ogni eventuale “piano strategico” ed “azione unitaria di sistema”, sono destinate a fallire se non si provvede ad una immediata e razionale decompressione e se si insiste piuttosto con l’impostare ogni strategia sulla filosofia della carcerizzazione e sulla militarizzazione degli spazi detentivi, allontanandosi sempre più da una idea razionale e costituzionale della pena. Il carcere per poter essere una soluzione deve essere infatti integrato alla società, la sua istituzione deve vivere all’interno di una cultura costituzionale condivisa, capace di leggere pertanto nella attuale crisi un fallimento della società stessa, le cui conseguenze si pagano in termini di sicurezza, di rapporti internazionali e di immagine dell’intero Paese.

È divenuto pertanto improcrastinabile un confronto serio ed approfondito che, muovendo da una articolata ed attenta analisi dell’esistente, coinvolga ognuna delle parti in causa nella ricognizione degli strumenti di intervento già sul tavolo e nella ricerca di nuove concrete e possibili soluzioni alternative, senza rinunciare ad uno sguardo più ampio sui valori che devono inevitabilmente impostare ogni futura politica della pena e del carcere.