sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vittorio Pelligra

Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2025

Cosa significa “giustizia” in una società pluralista, dominata dalla tecnologica e ormai del tutto globalizzata? E quale fondamento può avere la legittimità delle istituzioni pubbliche, se non possiamo più appellarci a valori morali assoluti o a codici religiosi condivisi? Sono solo alcuni degli interrogativi che stanno alla base della ricerca di Jürgen Habermas ed in particolare della sua opera più importante Teoria dell’agire comunicativo (Il Mulino, 1981). Ne emerge una vera e propria proposta di rifondazione delle idee di razionalità e di giustizia per renderle compatibili con i sistemi democratici moderni e allontanarci il più possibile dall’unica alternativa percorribile: un regime illiberale e armato.

Il punto da cui muove il discorso di Habermas è la diagnosi della rottura, con la modernità, del legame profondo tra ragione e morale. La razionalità si è sempre più ridotta a mezzo per il calcolo dell’efficienza, per “controllare” il mondo anziché per comprenderlo. Come bene sottolinea Thomas McCarthy, traduttore dell’opera dall’originale tedesco all’inglese, nella sua introduzione “Il progresso tecnico non è stato affatto una benedizione senza riserve; e la razionalizzazione dell’amministrazione ha fin troppo spesso significato la fine della libertà e dell’autodeterminazione. Non è necessario continuare a elencare tali fenomeni; è diffusa la sensazione di aver esaurito le nostre risorse culturali, sociali e politiche. Ma è necessario sottoporre questi fenomeni a un’analisi attenta, se vogliamo evitare un abbandono affrettato delle conquiste della modernità. Ciò che si richiede, si potrebbe dire, è un sospetto illuminato dell’illuminismo, una critica ragionata del razionalismo occidentale, un attento calcolo dei profitti e delle perdite che il “progresso” comporta.

Oggi, ancora una volta, la ragione può essere difesa solo attraverso una critica della ragione”. Un sospetto illuminato dell’illuminismo e una critica ragionata del razionalismo occidentale è proprio l’atteggiamento che anima Habermas, il cui primo passo, infatti, riguarda proprio lo scrutinio del concetto di ragione attraverso gli strumenti della ragione stessa. “Cerco di sostenere la tesi - scrive il filosofo in apertura della Teoria - che la problematica della razionalità non viene portata in sociologia dall’esterno. Ogni sociologia che pretenda di essere una teoria della società incontra il problema di impiegare un concetto di razionalità - che ha sempre un contenuto normativo - a tre livelli: Non può evitare né la questione metateorica relativa alle implicazioni di razionalità dei suoi concetti guida dell’azione, né la questione metodologica relativa alle implicazioni di razionalità dell’accesso al suo dominio oggettuale attraverso la comprensione del significato; né, infine, può evitare la questione empirico-teorica relativa al senso, se esiste, in cui la modernizzazione delle società può essere descritta come razionalizzazione”. Ne emerge un radicale cambio di prospettiva che prende le mosse dalla critica della “razionalità strumentale”, che ha come fine il successo dell’azione individuale, l’utilità, e infatti domina il mondo economico e quello della tecnica e sfocia nella proposta di una “razionalità comunicativa”, fondata sul linguaggio e sulla dimensione intersoggettiva, sulla pratica della comprensione e del riconoscimento reciproco. Una modalità e un criterio d’azione tipici del mondo delle norme e della logica democratica.

“Se assumiamo che la specie umana - scrive ancora Habermas - si mantiene attraverso le attività socialmente coordinate dei suoi membri e che questa coordinazione si stabilisce attraverso la comunicazione (…) allora la riproduzione della specie richiede anche di soddisfare le condizioni di una razionalità inerente all’azione comunicativa”. La razionalità comunicativa indica, quindi, quella specialissima capacità che contraddistingue la nostra specie, di ragionare insieme, attraverso il linguaggio, per raggiungere quella che Habermas definisce Verständigung, cioé un accordo sul significato. Raggiungere un’intesa non significa solo mettersi d’accordo, ma, ad un livello ancora più profondo, significa capirsi, concordare su un significato, appunto. In questa prospettiva il nostro agire non appare fondato solo su un’attività mentale individuale, ma su un processo dialogico attraverso cui le persone si comprendono, si giustificano, si convincono a vicenda in modo non coercitivo. L’agire comunicativo, dunque, descrive il tentativo attraverso cui gli attori sociali provano a coordinare i loro comportamenti attraverso il consenso razionale, ottenuto mediante argomentazione.

È un processo strategico, perché in ogni caso il coordinamento con altri necessita di congetture circa il loro agire sulla base del quale poi calibrare il nostro, ma nel contesto dell’agire comunicativo questa interazione strategica è sempre un gioco a somma positiva dove non c’è manipolazione o sopraffazione. L’assenza di manipolazione e di sopraffazione scaturisce come conseguenza di tre “pretese di validità” che ogni enunciato linguistico solleva implicitamente. Per Habermas il dialogo è razionale se di ogni enunciato che va a comporlo possiamo dire che è “vero”, che cioè corrispondente ai fatti, che è “giusto”, cioè moralmente giustificabile e che, infine è “sincero”, viene affermato, cioè, con onestà. Solo se queste pretese possono essere giustificate nel dialogo, il consenso che eventualmente ne scaturirà potrà essere ritenuto legittimo.

Ma qual è il legame dell’agire comunicativo habermasiano con la sua visione di una società giusta? Lo vedremo più diffusamente nei prossimi Mind the Economy, ma per ora possiamo affermare che la radice del legame tra i due concetti sta nella necessità di trovare un fondamento all’idea di giustizia che non deriva da una fonte esterna (divina o metafisica), ma che deve scaturire da un processo discorsivo, cioè da una conversazione pubblica tra cittadini liberi e uguali che generano un sistema sociale e politico fondato su una legittimità condivisa. Questa idea si traduce in una concezione procedurale della giustizia: sono giusti quei principi che possono essere accettati da tutti in condizioni ideali di comunicazione - cioè in assenza di coercizione, dominio o manipolazione. Habermas definisce questo modello “discorso etico”. La giustizia, dunque, non ha un contenuto imposto dall’alto, ma si sostanzia come risultato di un processo inclusivo, nel quale le persone si riconoscono quali coautori delle norme che regolano la loro convivenza.

Allo stesso modo le decisioni politiche sono legittime solo se scaturiscono da un processo discorsivo in cui tutti i soggetti potenzialmente coinvolti abbiano avuto la possibilità di esprimere la propria opinione, di argomentare, di dissentire. “L’azione comunicativa - continua Habermas - richiede un’interpretazione che abbia un approccio razionale (…) l’interprete deve richiamare alla mente le ragioni con cui un parlante (…) difenderebbe la sua validità”. Questo modello si traduce in una richiesta esigente, ma potente: costruire istituzioni che non impongano, ma che siano capaci di ascoltare. Che sappiano creare le condizioni per un dialogo autentico tra cittadini e rappresentanti pubblici. Che mettano al centro non solamente la crescita economica, ma la comprensione reciproca.

In un’epoca come questa segnata da una drammatica crisi della fiducia nelle istituzioni, dall’allontanamento dalla sfera pubblica, dallo scadimento della qualità della rappresentanza e del dibattito politico e da una disinformazione sistemica, la proposta habermasiana di una razionalità comunicativa capace di fondare l’idea di giustizia non sulla forza, né sul consenso passivo, ma sulla capacità di argomentare insieme e sul potere trasformativo del discorso rappresenta certamente un’alternativa preziosa. Una giustizia che nasce dal dialogo: è forse questa la promessa più attuale del suo pensiero.