di Vittorio Pelligra*
Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2025
La giustizia non nasce con i codici. Non nasce con i tribunali, né con le costituzioni. La giustizia, come la immaginiamo o la ricerchiamo noi oggi, è solo il più recente esito che ha visto idee e pratiche attraversare una lunga, lunghissima, storia evolutiva. Una storia che comincia molto prima dell’invenzione della scrittura, dello Stato, dell’agricoltura. Una storia che comincia nel Pleistocene, quando i nostri remoti antenati vivevano in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori e avevano davanti a sé due enormi sfide: cooperare per affrontare insieme i pericoli di un ambiente ostile convivendo, contemporaneamente, in maniera pacifica.
L’ostacolo principale al raggiungimento di questi due obiettivi sta nell’opportunismo, nella prevaricazione, nella violenza che alcuni sarebbero tentati di mettere in atto per cercare di ottenere il massimo beneficio al minimo costo. Per questo i nostri progenitori hanno dovuto imparare a punire chi non rispettava le regole.
Christopher Boehm, antropologo e primatologo americano, ha dedicato la sua vita allo studio di decine di società di cacciatori-raccoglitori ancora presenti nelle zone più remote del paese nell’intento di ricostruire, attraverso di loro, le dinamiche sociali dei nostri lontani antenati. Il punto di partenza del suo lavoro è di per sé paradossale: gli esseri umani sono animali gerarchici, ma per decine di migliaia di anni hanno vissuto in società profondamente egualitarie. Perché? La risposta di Boehm è semplice ma controintuitiva: l’egualitarismo non è l’assenza di gerarchia, ma una forma “rovesciata” di gerarchia. In queste società, infatti, il potere c’è e viene esercitato, ma tale potere non è concentrato in un capo. In questi gruppi, infatti, il potere è de-centralizzato, distribuito, cioè, tra tutti i membri del gruppo. Questa distribuzione orizzontale del potere presenta due vantaggi principali: da una parte consente un monitoraggio efficace e reciproco del comportamento di ogni membro del gruppo da parte di tutti gli altri membri; in secondo luogo, nel caso in cui dovesse emergere qualche violazione delle norme sociali, si dovesse capire che qualcuno sta cercando di imporsi sugli altri - il cosiddetto “upstart” - questi verrebbero sistematicamente ridimensionati, attraverso un avvertimento, venendo messo in ridicolo, con l’ostracismo e l’allontanamento dal gruppo o, nei casi più gravi, perfino con la morte. “Le società di cacciatori-raccoglitori - scrive Boehm - sono politicamente egualitarie perché i loro membri si coalizzano per impedire che qualcuno domini sugli altri” (Hierarchy in the Forest: The Evolution of Egalitarian Behavior, Harvard University Press, 2001). La giustizia, in questo contesto, appare decisamente lontana da una mera astrazione filosofica, essa appare piuttosto come una tecnologia sociale. Essere giusti significa proteggere collettivamente il gruppo, la sua autonomia e la sua coesione. Essere giusti significa agire per fare in modo che l’avidità di pochi e la prevaricazione non abbiano il sopravvento.
Richard Wrangham, antropologo di Harvard, ha portato questa intuizione alle sue estreme conseguenze. Nel suo Il paradosso della bontà. La strana relazione tra convivenza e violenza nell’evoluzione umana (Bollati Boringhieri, 2019), Wrangham sostiene che gli esseri umani si sono “auto-addomesticati”. Proprio come i cani discendono da lupi che sono stati selezionati in base alla loro docilità, anche Homo sapiens discenderebbe da antenati più aggressivi, selezionati - inconsapevolmente - per la loro mansuetudine. “L’uomo - scriveva Franz Boas già nel 1938 - non è una forma selvatica […] bensì dev’essere paragonato agli animali domesticati. È un essere autoaddomesticato” (L’uomo Primitivo. Laterza, 1995). “Il nostro comportamento docile - aggiunge Wrangham - ricorda quello delle specie addomesticate, e poiché nessun’altra specie può averci addomesticati, dobbiamo averlo fatto da soli”. Ma come? Attraverso l’eliminazione fisica. Questa poteva assumere varie forme: dalle esecuzioni deliberate nelle quali in assenza di carceri o polizia, l’unico modo per mantenere l’ordine e la cooperazione era quello di giustiziare gli individui minacciava la coesione del gruppo alla formazione di coalizioni per cui i membri del gruppo si alleavano per contrastare gli “aspiranti despoti”, i maschi alfa. Le punizioni potevano essere estremamente violente - impiccagione, annegamento, lapidazione, o consegna a gruppi ostili. La varietà dei metodi rifletteva l’importanza del deterrente sociale. Potevano anche presentarsi forme di controllo sociale preventivo per far sì che il comportamento aggressivo venisse scoraggiato già in tenera età tramite critiche sociali e pressioni culturali. Questi meccanismi avrebbero agito come una forma di selezione naturale. Ai maschi aggressivi che venivano eliminati veniva preclusa, infatti, la possibilità di trasmettere il loro patrimonio genetico alle generazioni successive, e con esso modelli comportamentali violenti e prevaricatori. Generazione dopo generazione, lentamente ma inesorabilmente questo processo ha determinato una progressiva riduzione dell’aggressività nella nostra specie. Questa sorta di “auto-addomesticamento” ha lasciato tracce profonde nella nostra anatomia e nel nostro comportamento. Gli esseri umani moderni, infatti, hanno un corpo più gracile, un viso meno sporgente, un cervello leggermente più piccolo, rispetto ai Neanderthal e agli Homo del Pleistocene Medio, una maggiore “neotenia” (la conservazione di tratti giovanili nell’età adulta), una ridotta aggressività “reattiva”, cioè impulsiva e incontrollabile, e una maggiore sensibilità alla reputazione e alla vergogna. Tutti questi tratti rientrano nella cosiddetta “sindrome da domesticazione”, osservata anche in molti altre specie di animali addomesticati. “Non è una serie di caratteristiche adattative - scrive Wrangham - ciascuna modellata dalla pressione evolutiva per rispondere a un ambiente umano. È invece una serie di tratti, in gran parte inutili, che segnala un evento evolutivo. La sindrome da domesticazione rivela che di recente la specie in questione ha subito una riduzione dell’aggressività reattiva”.
Anche Darwin aveva notato qualcosa di simile. Nel L’origine dell’uomo scriveva infatti “L’uomo può sotto molti aspetti esser paragonato a quegli animali che sono stati da gran tempo addomesticati”. Ma all’intuizione non seguì mai una spiegazione convincente e quindi finì per considerarla un’ipotesi debole. Eppure, in un altro passo dello stesso libro, Darwin suggerisce che la selezione sociale - attraverso l’esclusione o l’esecuzione degli individui aggressivi - potesse aver avuto un ruolo, infatti, “Nel genere umano - scrive sempre Darwin - alcuni dei caratteri peggiori, che senza nessuna causa apparente talvolta compaiono nelle famiglie, possono rappresentare delle reversioni verso lo stato selvaggio, dal quale non ci separano poi molte generazioni”.
Se Christopher Boehm ha mostrato che la giustizia è una tecnologia sociale nata per preservare strutture sociali egualitarie e quindi la coesione dei gruppi, Richard Wrangham ci ha fatto capire che essa esercita anche una pressione evolutiva. La giustizia, in questo senso, non è solo un insieme di norme: è un meccanismo di selezione. Un modo per premiare i cooperativi e punire i prepotenti. Un filtro morale che ha plasmato la nostra specie. E questo filtro ha funzionato perché gli esseri umani sono animali profondamente sociali. Come scrive ancora Wrangham “Ci siamo evoluti per essere una specie affabile e collaborativa, i cui impulsi egoistici sono più attenuati che in passato. Abbiamo la fortuna di essere più attrezzati per resistere alla tentazione della violenza rispetto a uno scimpanzé o a un Homo del Pleistocene Medio”.
Ma l’auto-addomesticamento ha anche un lato oscuro. Se da un lato, infatti, ha contribuito alla riduzione della violenza impulsiva - l’”aggressività reattiva” di cui parla Wrangham - dall’altro ha lasciato intatta, o addirittura potenziato, l’”aggressività proattiva”, quella pianificata, fredda, strumentale. È l’aggressività delle guerre, dei genocidi, delle persecuzioni ideologiche. “Gli esseri umani - scrive a questo proposito - non sono né del tutto buoni né del tutto cattivi. Ci siamo evoluti in entrambe le direzioni contemporaneamente. Sia la tolleranza sia la violenza sono tendenze adattative che sono state fondamentali per farci arrivare dove siamo. L’idea che la natura umana sia al tempo stesso virtuosa e malvagia ci crea qualche problema, visto che probabilmente tutti preferiremmo la semplicità (…) Le contraddizioni morali dei nostri antenati non devono impedirci di compiere una valutazione realistica di ciò che siamo. Se ci riusciremo, avremo ancora speranze”.
Il passaggio dalla giustizia paleolitica a quella moderna non è lineare. Ma alcune continuità sorprendono. La centralità della reputazione, ad esempio: oggi come allora, essere percepiti come giusti è spesso più importante che esserlo davvero. Il ruolo della vergogna, emozione sociale alla quale spesso diamo maggiore peso che alla punizione stessa. In ruolo di quest’ultima, poi, intesa non tanto come vendetta, ma come deterrente. La coscienza morale, ciò che ci rende capaci di provare vergogna, il senso di colpa, empatizzare con gli altri, sarebbe quindi il risultato di un lungo processo di selezione sociale. Non è un dono divino, né un’invenzione razionale: è un adattamento. Un modo per vivere insieme senza annientarci a vicenda.
Anche oggi, come nelle savane del Pleistocene, la giustizia rappresenta un equilibrio instabile che ondeggia costantemente tra cooperazione e controllo, tra libertà individuale e ordine collettivo. E anche oggi, come allora, la sua efficacia dipende dalla capacità del gruppo - qualunque sia la sua scala - di riconoscere e sanzionare i comportamenti antisociali.
Pensare la giustizia come un prodotto dell’evoluzione non la sminuisce, al contrario, la radica. Ci ricorda che non è un lusso delle civiltà avanzate, ma una necessità di tutte le comunità. Che non nasce da un codice scritto dai governanti, ma da un bisogno innato e antico: vivere insieme per godere dei benefici della cooperazione, senza al contempo, distruggerci a vicenda. E ci ricorda anche che la giustizia non è mai data una volta per tutte ma che è una conquista fragile. Richiede vigilanza, adattamento, creatività, continua tensione morale. Come ci ricorda Joshua Greene “La filosofia di un secolo è il buon senso del successivo” (Moral Tribes. Emotion, Reason, and the Gap Between Us and Them. Penguin, 2013) Forse è tempo di aggiornare il nostro buon senso. E di riconoscere che, per affrontare le sfide del presente, dobbiamo innanzitutto riscoprire le radici morali del nostro remoto passato.
*Professor of Economics, Università di Cagliari











