di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 22 aprile 2026
I giudici ordinano la scarcerazione di un 56enne accusato di aver falsificato monete e su cui pende un mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. I suoi avvocati: “Potrebbe essere sottoposto a trattamenti inumani”. È il 24 ottobre 2025 quando un 56enne viene arrestato dalla polizia di Torino su mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. L’uomo, stando alle accuse, sarebbe un falsario di monete e ad attenderlo in Ungheria c’è un processo in cui rischia una condanna fino a 15 anni. Ed è per questo che ne viene chiesta l’estradizione. Ma il trasferimento viene negato: per la Corte d’appello di Torino “sussistono criticità che non consentono di escludere il rischio” che l’indagato “venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” nel penitenziario nel quale sarebbe stato rinchiuso.
In particolare, nell’ordinanza - che dispone l’immediata scarcerazione del 56enne - si sottolinea “l’allarmante previsione di una sola ora d’aria al giorno” per il detenuto “che rimane per le restanti 23 ore in cella in assenza di attività lavorative ed educative”. Non è la prima volta che le autorità italiane negano l’estradizione verso altri Paesi: era già successo con l’Iran e il Brasile, ma ora sotto la lente dei magistrati finisce un istituto di pena europeo.
I giudici, di fatto, accolgono la linea difensiva degli avvocati dell’indagato, Cosimo Palumbo e Francesco Crimi, che in un’articolata memoria mettono in luce le pessime condizioni delle carceri ungheresi: condizioni che, in parte, sembrano sovrapporsi a quelle italiane e gettano una luce sinistra sui diritti dei detenuti nel nostro Paese e sulle difficoltà che incontrano anche gli agenti della polizia penitenziaria. Dagli atti del procedimento emerge che negli istituti penitenziari ungheresi si registra un sovraffollamento del 116%: secondo la Corte d’appello, l’indice rende improbabile la disponibilità “durante l’intero periodo di detenzione” di “uno spazio vitale minimo di 3 metri quadrati (esclusi i servizi igienici)”.
Stando all’ultimo report dell’associazione Antigone, in Italia il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. Numeri, quest’ultimi, che ricordano le condizioni che nel 2013 e 2015 portarono l’Italia a essere condannata dalla Corte europea del Diritti dell’Uomo. Non più tardi di qualche mese fa, a novembre, un tribunale olandese ha negato l’estradizione in Italia di un proprio cittadino sostenendo che le nostre carceri sono “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”.
A far propendere per il diniego all’estradizione in Ungheria del presunto falsario non sono stati solo il sovraffollamento e l’ora d’aria. Dagli atti emergono anche altri aspetti negativi: le carenti condizioni igienico sanitarie (presenza di blatte e cimici) e il rischio di maltrattamenti fisici (reclusi incatenati ai termosifoni). E a poco sono servite le rassicurazioni delle autorità ungheresi che, interpellate dalla Corte d’appello, hanno risposto che le “condizioni di detenzione sono conformi al diritto internazionale”. Risposte troppo generiche per escludere - secondo i magistrati - il “rischio di trattamento inumano e degradante”.











