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di Francesca Angeleri

Corriere della Sera, 17 agosto 2025

“La caduta dell’Afghanistan è stata per me come la perdita del passato e del futuro. Sotto il regime dei talebani, la vita non è mai sicura, né umana. Rimanere lì è come vivere in una prigione, una prigione in cui ora sono confinati milioni di afghani. Non ho avuto altra scelta che accettare di nuovo l’esilio”. La poetessa, scrittrice e attivista Somaia Ramish, che ora vive nei Paesi Bassi, è stata una delle principali ospiti della V edizione del “Ju Buk” Festival la rassegna letteraria al femminile ideata e diretta da Eleonora De Nardis che si è tenuta quest’anno tra Peschici (il 29 e il 30 luglio) e Scanno (1, 2 e 3 agosto). Ju Buk è, in dialetto scannese, la bisaccia del pastore, oggi è metafora di cibo per la mente e per l’anima.

Alla poesia di Somaia Ramish e al suo libro “Parole dall’esilio” è stata dedicata l’anteprima della rassegna. Somaia Ramish, ci racconti il suo esilio.

“Sono arrivata nei Paesi Bassi e vivo qui come rifugiata da quasi quattro anni. Tragicamente, la guerra, l’estremismo, la discriminazione e la violenza mi sono costati due volte la mia patria”.

Perché due volte?

“La mia vita è stata intimamente intrecciata con l’esilio e la migrazione. Una volta, da bambina, sono stata costretta a lasciare l’Afghanistan con i miei genitori. La mia infanzia è trascorsa all’insegna dello sfollamento e, fin dall’inizio, l’idea di “patria” mi è sembrata lontana e irraggiungibile. Anni dopo, dopo aver vissuto in Afghanistan per due decenni, sono stata nuovamente costretta ad andarmene, ma questa volta come madre con due figli, quando il Paese è caduto nelle mani dei talebani nel 2021. La storia, a quanto pareva, si stava ripetendo”.

Intrattiene delle relazioni con persone, in particolare donne, che sono rimaste lì? Come stanno?

“Parlare dell’Afghanistan di oggi, soprattutto delle sue donne, è straziante e profondamente doloroso. Faccio ancora fatica ad accettare la caduta del mio Paese, e trovo incomprensibile che il mondo sia rimasto in silenzio per quasi quattro anni, dopo aver consegnato l’Afghanistan a un regime terroristico. Nonostante la distanza, il mio legame con l’Afghanistan rimane intatto. Sono in contatto quotidiano con molte donne e ragazze in tutto il Paese che si battono, alzano la voce e tengono corsi online per le ragazze. Per me, sono simboli di coraggio e resilienza. Anche se il mondo chiude gli occhi sui loro diritti umani, sui loro sogni e sul loro futuro, continuano a resistere all’estremismo, alla discriminazione e all’ingiustizia. Non si sono arrese. Oggi, le ragazze afghane sono abbandonate nelle oscure segrete del tempo, dove persino i loro diritti umani più elementari sono stati violati. Lasciare le loro case è diventato un atto pericoloso e le loro vite sono segnate dalla paura e dalla reclusione. In verità, la loro condizione è peggiore di quella delle prigioniere. Stanno vivendo una forma di sepoltura vivente”.

Lei vive in quell’Occidente che ha abbandonato e dimenticato la sua gente.

“A dire il vero, c’è poca differenza per me tra vivere in Occidente e vivere in Afghanistan. Fisicamente sono in Occidente, ma la mia anima, la mia mente, il mio cuore rimangono nelle strade dell’Afghanistan. Ogni giorno piango insieme alle ragazze afghane. Affronto la paura, la disperazione, la discriminazione e l’ingiustizia attraverso i loro occhi e le loro voci”.

Vivendoci, ma con uno sguardo in qualche modo traslato, che cosa pensa del mondo occidentale?

“La libertà in Occidente, e tutti i valori che afferma di sostenere, mi sembrano privi di significato quando, in Afghanistan, alle ragazze è persino proibito andare a scuola. Quando a Gaza i bambini muoiono di fame. Quando il razzismo continua a incidere profondamente sul tessuto dell’umanità. Quando il costo di una singola cena o di una bottiglia di profumo equivale al reddito annuo di una persona in qualsiasi altra parte del mondo. Per me, quando parliamo di Europa, non parliamo di uno spazio geografico, ma di valori. Valori come democrazia, giustizia, diritti umani e libertà. Ma nessuna di queste parole ha un vero significato se non le esigiamo per tutti”.

Si sente “tradita” dall’Europa?

“Come scrisse Jean-Paul Sartre: “La mia libertà è la libertà degli altri”. L’Europa di oggi, con le sue frontiere chiuse e gli occhi chiusi, è in netto contrasto con i suoi ideali. Di fronte alla guerra, all’ingiustizia, al bullismo politico e alle palesi violazioni dei diritti umani, questo silenzio è quasi incredibile. Credo che il mondo sia in stato di emergenza. La situazione in Afghanistan e a Gaza rivela chiaramente un’indifferenza globale verso la profonda sofferenza umana e l’ingiustizia sistemica…”.

E cosa pensa delle donne europee?

“Amo tutte le donne del mondo. Credo profondamente in una sorellanza globale e nel potere che ne deriva. Le donne hanno spesso cuori luminosi e menti brillanti, e se la politica e il potere le lasciassero guidare, credo davvero che potrebbero rendere il mondo un posto migliore. E in particolare, per quanto riguarda le donne europee, direi: la maggior parte di loro è nata e cresciuta in libertà, tanto che a volte dimenticano quanto rara e preziosa possa essere quella libertà”.

Quali sono le parole dell’esilio?

“Parole dell’esilio è la voce della resistenza e della resilienza delle donne afghane. È una voce che chiama il mondo a non accettare l’oppressione politica imposta al popolo afghano e a non permettere alla politica di calpestare i diritti umani. La poesia della sofferenza umana è un grido di libertà e giustizia”.

Lei più volte ha nominato la parola “Resistenza”. La poesia è un’arma?

“Sì, esattamente. In una delle mie poesie ho scritto: “Caricate le vostre poesie di polvere da sparo”. Per me, questo significa che la poesia non riguarda solo l’estetica o la bellezza, può anche essere intima, potente e di profondo impatto. La poesia si plasma nel tessuto della società e non può rimanere indifferente alla condizione umana. La mia poesia è un frammento del mio essere, della mia esperienza vissuta, della mia memoria, della mia resistenza e del mio desiderio”.

Ve n’è una, tra le sue, in cui si identifica maggiormente?

“Tutte le mie poesie, in un modo o nell’altro, riflettono parti della mia identità. Ma qui voglio parlare di “Jabr”. Jabr significa coercizione, o una sorta di realtà forzata… qualcosa che ci viene imposto, soprattutto alle ragazze afghane. La loro lotta non è separata da me, vive dentro di me”.

Qual è il suo dolore più grande e quale invece la speranza?

“Il dolore più profondo per me è l’ingiustizia e la disuguaglianza, che siano su larga scala o nelle forme più piccole e sottili, sono sempre inquietanti e inaccettabili. Ciò che mi ferisce di più è la distribuzione ineguale della libertà e il modo in cui si manifestano doppi standard quando si tratta di diritti umani. In questi giorni, il mio cuore è pieno di un senso di disperazione più profondo. Eppure, mi aggrappo alla speranza che possiamo lavorare per un mondo in cui almeno le future generazioni di bambini cresceranno con giustizia e libertà”.