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di Guido Alfani

La Repubblica, 11 novembre 2022

Il Paese africano vive l’ennesima crisi alimentare, aggravata dalle conseguenze del Covid e dell’invasione russa dell’Ucraina. Mentre l’attenzione dell’Occidente rimane concentrata sulla guerra in Ucraina, la Somalia scivola rapidamente verso quella che, secondo le Nazioni Unite, potrebbe risultare la peggiore carestia degli ultimi cinquant’anni. Già a fine settembre, la Fao aveva avvisato che quasi sette milioni di somali non avrebbero avuto cibo a sufficienza negli ultimi mesi dell’anno, e che nel Sud del Paese la carestia era quasi inevitabile. Da allora, la situazione non è migliorata.

Per avere un’idea della possibile entità del fenomeno basti ricordare che durante la più recente carestia somala, nel 2010-12, morirono di fame tra un minimo di 50-100.000 persone e un massimo di 250.000. Prima, all’epoca della carestia del 1991-92, le vittime potrebbero essere state 300.000. Ma i danni umani che una carestia può causare vanno ben oltre la conta dei morti: nel 2012, un milione di somali cercarono salvezza fuori del proprio Paese, dirigendosi principalmente verso campi profughi allestiti in Kenya ed Etiopia. A un decennio di distanza, molti tra loro non hanno ancora potuto fare ritorno, viste le difficili condizioni in cui la Somalia continua a versare. Per giunta, l’esperienza prolungata della fame può causare danni permanenti: sia fisici, sia psicologici (l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa un terzo dell’attuale popolazione della Somalia soffra di qualche forma di disturbo mentale).

La Somalia, purtroppo, tende a figurare costantemente nella lista dei Paesi con i peggiori livelli di sicurezza alimentare, in ragione della sua estrema povertà e della guerra civile che la affligge da decenni. Nell’immediato, i problemi da fronteggiare sono due: primo, fornire aiuti adeguati a contenere la catastrofe umanitaria (a settembre le Nazioni Unite avevano già raccolto 1.4 miliardi di dollari a favore della Somalia, ma stimavano che occorresse urgentemente almeno un altro miliardo). Secondo, accertarsi che i fondi raccolti possano essere spesi in modo efficace, anche garantendo la sicurezza degli operatori delle Ong attive sul territorio. E tuttavia, l’aspetto forse più preoccupante della crisi in corso è che potrebbe solo essere la prima di una serie. La guerra ha pesanti responsabilità: sia l’eterna guerra civile in Somalia, sia la guerra tra Russia e Ucraina, due dei massimi produttori mondiali di cereali, che ha causato massicci aumenti dei prezzi degli alimenti. La situazione si è ulteriormente aggravata negli ultimi giorni per il temporaneo (ma molto allarmante) ritiro della Russia dall’accordo, negoziato dalle Nazioni Unite, sull’esportazione di grano ucraino dal porto di Odessa.

La Storia insegna che la guerra è sempre stata capace d’innescare crisi alimentari. Tuttavia, nel lungo periodo la causa prevalente delle carestie è un’altra: il verificarsi di episodi di instabilità metereologica in presenza di una forte pressione demografica sulle risorse disponibili. In Somalia, la popolazione è quasi raddoppiata rispetto ai livelli degli anni Novanta e il Paese sta soffrendo per la peggiore siccità degli ultimi quarant’anni, che ha compromesso o interamente distrutto i raccolti. La siccità, così come altre forme di instabilità meteorologica, tende a diventare più probabile in fasi di rapido cambiamento climatico.

Anche se riusciremo, nei prossimi anni, nell’arduo compito di contrastare efficacemente il surriscaldamento globale, è troppo tardi per evitare una lunga fase di instabilità meteorologica globale e i relativi rischi per la sicurezza alimentare - come peraltro la Fao rilevava da ben prima che Covid-19 e guerra in Ucraina complicassero ulteriormente la situazione.

Dobbiamo riconoscere apertamente il problema, come primo passo per costruire il consenso politico internazionale necessario a rafforzare la nostra capacità di fronteggiare le prossime, inevitabili minacce per la sicurezza alimentare, che non colpiranno solo la sfortunata Somalia ma coinvolgeranno certamente molte altre parti del mondo.