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Corriere della Sera, 13 luglio 2019

 

Hodan Naleye aveva 43 anni e due figli. Aspettava il terzo. Era scappata in Canada da bambina, con quattro fratelli e sette sorelle per sfuggire alla guerra civile. Aveva studiato Arte e Comunicazione, aveva un lavoro sicuro nel commercio, a Toronto.

Ma aveva deciso di tornare in Somalia dopo che gli estremisti di al-Shabaab, affiliati di Al Qaeda, erano stati cacciati da Mogadiscio nel 2011. Voleva partecipare alla rinascita, raccontare storie belle con il "Somali Refugee Awareness Project".

Ieri Naleye è morta in un attentato a Kismayo, con altre io persone almeno. La presidente della Cultural Integration Agency è morta accanto al marito, quando nel tardo pomeriggio un'autobomba ha fatto breccia nel popolare albergo Medina.

"Un'esplosione enorme, tanti morti sul pavimento", ha raccontato un giornalista locale. I terroristi hanno preso d'assalto l'hotel, ingaggiando una battaglia con la polizia fino a notte fonda. Hodan Naleye era parte vibrante di quella diaspora somala che negli ultimi anni era tornata a casa. Aveva appena postato sui social immagini di natura incontaminata. Ma la Somalia è anche un nido di guerra. Chi era tornato, chi se ne va: l'Onu ha appena annunciato il ritiro di mille Caschi Blu.