di Valeria D’Autilia
La Stampa, 24 dicembre 2025
La storia di Christian Lozito, imprenditore barese. Il caso archiviato perché il fatto non sussiste: “Coltivo canapa e ho sempre fatto le analisi, ho ancora gli incubi per quello che mi è successo”. “Sono stato in carcere e, di notte, ho ancora gli incubi. E per cosa? Per un prodotto sul quale faccio regolarmente fatture e pago le tasse?”. Christian Lozito, imprenditore barese incensurato, ha vissuto quattro giorni in cella con l’accusa di detenzione e traffico di cannabis illegale. Ora il procedimento penale è stato archiviato. Perché il fatto non sussiste. Ma restano la rabbia e l’amarezza. “Su ogni coltivazione, ho sempre fatto regolarmente analisi, ho vinto dei premi e un bando per la ricerca e l’innovazione sulla canapa, ho collaborato con l’università e la regione Puglia. Poi cambia il governo e mi ritrovo in carcere. Neanche fossimo in un Paese del Terzo Mondo”.
Il fermo tre mesi fa - La sua storia inizia tre mesi fa, quando viene fermato per possesso e traffico di stupefacenti. Lui è incredulo. “La mia azienda è in regola, ha sempre agito nel rispetto della legge” dice ai militari della Guardia di finanza. Eppure scatta il sequestro e lo portano in caserma. “Quando mi dissero dell’arresto pensavo fosse uno scherzo. Poi ho capito che era tutto vero: mi sentivo svenire”. Soltanto le analisi dei giorni successivi gli daranno ragione: il Thc, la sostanza psicotropa prodotta dai fiori di cannabis presente nel suo prodotto, era inferiore allo 0,5 per cento (e dunque priva di efficacia drogante). Ma intanto restano il danno morale “sono stato buttato in un carcere senza aver fatto nulla” e quello economico “circa un milione di euro di merce deteriorata in modo irreparabile”.
Dopo il decreto sicurezza - Tutto parte dall’entrata in vigore, l’estate scorsa, del decreto sicurezza. “Nel mirino è finita una sostanza che di illegale e psicotropo non ha proprio nulla”. Nel frattempo, il mercato inizia a contrarsi, le vendite calano e iniziano i primi sigilli. Viene colpito anche lui. “Durante un controllo in alcuni punti vendita della zona nord di Bari, vengono trovate delle confezioni di canapa che avevo venduto io. Arrivano nella mia azienda e portano via tutto, dando per scontato che fosse materiale stupefacente. Invece non c’era nessun prodotto dalle potenzialità offensive. Erano fiori essiccati, frattaglie di scarti di lavorazione che utilizzavo come pacciamatura, persino gli adesivi delle confezioni di plastica”.
L’azienda fondata nel 2017 - Christian ha fondato la sua azienda Fattoria della Canapa, nel 2017, dopo una serie di esperienze all’estero tra Inghilterra e Spagna. L’ultima era stata la Repubblica Domenicana, come titolare di un ristorante. Poi, la scelta di tornare in Puglia e guardare a un settore nuovo. “Si tratta di una pianta che in tutta Europa è ormai commercialmente protagonista. Quindi, anche alla luce di sovvenzionamenti pubblici che hanno riguardato il comparto e dei quali io stesso ho beneficiato, sono stato spinto ad investire. Dalla canapa si possono ottenere biocombustibili, bioplastiche e ci sono impieghi alimentari e nella cosmesi”. I suoi settori di riferimento sono sempre stati quello tessile e della commercializzazione di fiori recisi, parti di piante secche per collezionismo, deodoranti d’ambiente e la cosiddetta canapa light. “Così come altri colleghi, ho iniziato dalla parte più vendibile, ma con la speranza di abbracciare più ambiti. Invece adesso mi ritrovo in questa situazione”.
Prima aveva dei dipendenti stagionali. “Poi, con l’entrata in vigore del decreto, ho deciso di non coltivare perché gli esiti sarebbero stati incerti”. Da qui la scelta di non rischiare e così, l’estate scorsa, è andato avanti con le scorte di magazzino. Ma il sequestro ha interessato proprio quella merce. Circa 500 chilogrammi. “Ora è inutilizzabile. Quando mi hanno detto che potevo riprenderla, sono arrivato nel magazzino, ma era stata esposta all’umidità, per terra. Sudore, investimenti e sacrifici andati in fumo”.
L’esperienza in carcere - Per lui e la sua famiglia sono state settimane difficili. “Oltre me, sono stati colpiti anche i miei genitori e le mie sorelle. Siamo cresciuti con dei valori. Quei giorni sono stati un inferno. Dividevo la cella con altri due detenuti. Non dormivo mai, non uscivo neanche nell’ora d’aria. Era un ambiente a me totalmente estraneo: non ho mai avuto problemi con la giustizia, a parte qualche multa. Sono esperienze che ti segnano. Dicevo a me stesso: mi trovo in carcere ma perché? Tuttora mi porto lo strascico di quello che ho vissuto”.
Sin dal primo momento, al suo fianco c’è l’avvocato Lorenzo Simonetti dello studio Tutela Legale Stupefacenti. “Se non ci fosse stato lui, forse sarei ancora lì. Mi ha salvato. Tant’è che ho avuto il dissequestro e l’archiviazione completa in meno di 60 giorni”. Christian rivolge il suo sguardo fuori dall’Italia. “In altri Paesi c’è la libera circolazione, da noi fanno di tutto per vietarla. Non possiamo solo seguire l’Europa quando c’è l’austerity. Una volta tanto che a livello comunitario si incentiva un commercio nuovo che, in pochi anni, ha fatto nascere in Italia oltre 20mila negozi, 30mila operatori, 7mila aziende agricole con 2 miliardi di fatturato, penso che fermarlo sia un atto sconsiderato e anche illegittimo”.
Oggi è ancora scosso per quanto accaduto, non sa quale sarà il suo futuro. Però ha un obiettivo: “Conto sul fatto che, se c’è una giustizia, ho il diritto di essere risarcito del danno che ho subito. E questo mi sembra davvero il minimo in un Paese normale”.










