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di Pietro Di Muccio de Quattro

L’Opinione, 2 giugno 2022

Aspettarsi la riforma fondamentale della giustizia, che gl’Italiani attendono da decenni, appare un pio desiderio. I referendum che andremo a votare il 12 giugno non risolveranno i mali, alcuni gravissimi, che affliggono l’amministrazione giudiziaria nel senso più ampio. Allora, perché votare? Perché il voto massivo, anche prescindendo dall’esito di ciascun referendum, costituirebbe quanto meno una dimostrazione d’interesse dei cittadini per le anomalie della funzione giurisdizionale. L’opinione pubblica, a riguardo, ha modo di esprimersi con i sondaggi e con i mezzi di comunicazione, ma senza ufficialità ed incisività. Non esistono le consultazioni generali sulla giustizia come sulla politica. Quindi bisogna votare se non altro per dimostrare, una volta per tutte, che i problemi della giustizia ci stanno davvero a cuore non meno dei tributi, dell’avvenire economico, della politica estera, e che, seppure divisi su questa o quella specifica norma sottoposta a referendum, intendiamo riaffermare che il popolo non si disinteressa della giustizia amministrata “in suo nome”. La partecipazione ai referendum costituisce un obbligo morale e politico proprio perché disertarli rappresenterebbe la prova a contrario dell’indifferenza e della sfiducia verso un’eguale giustizia rapida ed efficace, basilare nella società libera e democratica.

Nella tornata referendaria che abbiamo davanti, l’obbligo è viepiù cogente perché i referendum sono intrecciati, sia quelli richiesti sia quelli ammessi, alla discussione parlamentare di proposte legislative del Governo con implicazioni europee dacché l’Ue ha sottoposto l’erogazione di una fetta del piano di rinascita alla condizione che la giustizia venga riformata in modo tale da avvicinarla ai migliori standard europei, quanto meno per la durata dei processi, attualmente insostenibile per il sistema politico e scoraggiante per chi debba ricorrervi o sottostarvi. Se in tutti i referendum vincessero i sì con il quorum di validità, sarebbe l’ottimo anche per i riflessi di tale esito sul corso delle riforme in Parlamento. Un secondo ottimo sarebbe in ogni caso l’affluenza elevata. Un quorum in una misura simile ai referendum sul divorzio e l’aborto darebbe la precisa e decisiva indicazione che l’elettorato considera prioritaria la riforma radicale della giustizia.

Esistono tuttavia, in buona e cattiva fede, i partitanti che obiettano: “La riforma si fa in Parlamento”. Fosse vero! Quanto a questo, il Parlamento è dominato, si sa, da tre partiti: il partito dei magistrati, il partito degli amici dei magistrati, il partito degli intimoriti dai magistrati, il più numeroso ahimè. Tre partiti che costituiscono la tirannia dello status quo giudiziario, più o meno. Questi tre partiti sorreggono il tempio delle vestali della Costituzione, le quali ne fronteggiano i potenziali profanatori con l’opporre la pericolosità delle riforme che tendano o tentino di alterare il “modellino” dei Costituenti. Sennonché, a parte alcune disposizioni sacrosante, è proprio nell’impianto generale della giustizia delineato nella Carta del 1948 che scorgiamo la radice dei molti mali che affliggono la magistratura e la giurisdizione. L’aver optato per magistrati formanti un ordine burocratico che si auto-amministra corporativamente ha determinato uno stato di cose emendabile soltanto nell’inessenziale. Rendere giustizia dipende meno dalla legislazione che dalla estrazione del giudice, tanto nel senso di humus giuridico e culturale quanto di investitura. A tal riguardo, il giudice britannico risulta esemplare. I politici italiani afflitti dagli anglismi sono sempre lì a invocare le best practices, così le chiamano. Perché non importano qualcuno degli ottimi istituti della giustizia inglese, che sono il meglio in assoluto? Deve sapersi che i più alti giudici di Sua Maestà (pressappoco un migliaio soltanto, a fronte di circa ventiduemila giudici di pace!) sono “rigorosamente nominati dal Governo tra i più brillanti avvocati del Paese e che la nomina costituisce tuttora la massima aspirazione dei migliori avvocati con almeno quindici anni di attività professionale… nel sistema inglese esiste pertanto uno stretto legame ed una notevole affinità tra la magistratura e l’avvocatura… l’ufficio giudiziario non costituisce una carriera e l’assenza di un sistema di promozioni è ritenuta dai giudici come una salvaguardia fondamentale della propria indipendenza” (Francesco de Franchis, Law dictionary, Milano, 1984).

Sapienza giuridica, equilibrio personale, probità morale fanno dunque scegliere dal Governo il giudice Oltremanica, non il concorso in magistratura all’italiana. Vero che, secondo Indro Montanelli, diventare britannici è impossibile. Soggiungeva, però, che provarcisi risulta utile comunque.

Ciò premesso e considerato, i referendum sono cinque, così esposti in sintesi.

Elezione dei membri “togati” del Csm. Se vincessero i sì decadrebbe l’obbligo della raccolta di firme e il singolo magistrato potrebbe presentare la propria candidatura in autonomia, liberamente, senza l’appoggio di altri magistrati e di loro “correnti politiche”.

Valutazione della professionalità dei magistrati. Se vincessero i sì, avvocati e docenti avrebbero diritto di voto nel Consiglio direttivo della Cassazione e dei Consigli giudiziari in modo da rendere meno corporativi i giudizi sull’operato dei magistrati, oggi rimessi a loro stessi soltanto.

Separazione delle funzioni giudicanti e requirenti dei magistrati. Se vincessero i sì, a inizio carriera il magistrato dovrebbe scegliere definitivamente tra la funzione giudicante e la funzione requirente. Non potrebbe più passare dall’una all’altra. Sarebbe così garantita la netta separazione tra accusatori e giudici.

Limitazione delle misure cautelari. Se vincesse il sì, la custodia cautelare sarebbe limitata ai casi in cui l’imputato risulta effettivamente pericoloso. Infatti la restrizione della libertà motivata con la possibile reiterazione del reato è stata abusata dalla magistratura.

Abolizione del “decreto Severino”. Se vincerà il sì anche ai condannati in via definitiva verrà concesso di candidarsi o di continuare il proprio mandato e verrà cancellato l’automatismo della sospensione in caso di condanna non definitiva. Come accadeva fino al 2012, prima dell’entrata in vigore del “decreto Severino”, torneranno a essere i giudici a decidere, caso per caso, se in caso di condanna sia necessario applicare o meno come pena accessoria anche l’interdizione dai pubblici uffici, che implica conseguenze analoghe a quelle del “decreto Severino”.

In conclusione, nel presente contesto giudiziario la vittoria dei sì in ciascuno dei referendum, dove più dove meno, costituirebbe in ogni caso un passo avanti, un sicuro miglioramento. Gli scettici su tali quesiti, ma non indifferenti alla “questione giustizia”, dovrebbero nondimeno astenersi nel votare, non dal votare.