di Rebecca
Ristretti Orizzonti, 30 dicembre 2023
Lettera di una studentessa dell’Istituto Newton Pertini di Camposampiero (PD). “Cara persona detenuta, uso un sostantivo così generale per cercare di racchiudere chiunque si trovi in uno stato di detenzione, e non una singola persona. Durante il 2023 ho avuto l’opportunità di avvicinarmi molto al tuo mondo anche grazie al progetto scuola/carcere proposto dalla mia scuola. Prima di questi progetti non mi ero mai preoccupata di cosa potesse significare passare il tempo in carcere e nemmeno di come quest’ultimo fosse organizzato, e penso di poter estendere questa mia noncuranza ed ignoranza a gran parte della società.
Purtroppo la tendenza delle persone al di fuori della prigione è quella di distinguersi dai detenuti, come se la nostra mente si rifiutasse di credere che in fondo apparteniamo alla stessa specie; il fatto che voi siete dentro e noi fuori ci fa sentire potenti. Questo comportamento umano è già stato esaminato in particolare dopo la seconda guerra mondiale dove ha raggiunto il suo culmine, sono stati scritti anche numerosi libri a riguardo tra cui il più famoso “La banalità del male”, dove viene descritto con che facilità anche l’uomo più comune, se posto in condizione di poter far male ad un suo simile senza ripercussioni, trae godimento nel farlo.
Da qui nasce il mio consiglio per poter migliorare queste credenze, penso che se venisse mostrata alla società l’umanità dei detenuti, questa non potrebbe essere ignorata e verrebbe riconosciuta. Molto significativa per me è stata una testimonianza di un ragazzo omicida che quando è uscito per un permesso premio dopo anni di carcere la prima cosa che ha fatto è stata quella di accarezzare un cane, e mi ha fatto pensare a quanto fosse banale tale azione. Come può un uomo con il “male” dentro voler accarezzare un cane? Presto però mi sono accorta dell’assurdità del mio pensiero, è infatti necessario, al fine della consapevolezza, riconoscere che ogni uomo possiede al suo interno una parte di bene e una parte di male, ciò che fa la differenza è il contesto. Se una persona cresce in un ambiente nel quale viene stimolato il male questo cresce nel tempo, sicuramente la volontà di commettere il reato è personale, ma le situazioni che hanno portato al momento del reato quelle non sono personali; l’ignoranza non è una scelta personale, se si viene mandati a lavorare dai genitori in giovanissima età.
È tanto spontaneo e comodo puntare il dito contro di voi, detenuti, ci permette di crederci migliori, è più difficile ammettere che l’essere umano è una specie unica, se uno solo di noi arriva tanto in basso può arrivare chiunque altro. È ipocrita pensare che noi posti in una situazione simile non avremmo fatto le stesse cose per le quali sono state condannate, o meglio sono sicura che se in questo momento mi dessero una pistola in mano per uccidere una persona io rifiuterei anche per tutti i soldi del mondo, non parlo di questo, ma se fossi cresciuta in un ambiente dove le sparatorie avvenivano con normalità, e a scuola non avessi mai sentito parlare dell’importanza della vita, come farei ad attribuire un valore alla vita umana? In quel caso uccidere o non uccidere una persona risulterebbe indifferente, e se oltre tutto ricevessi un compenso cosa mi tratterrebbe dal premere il grilletto?
La società non fa altro che nascondere questo male umano, forse per paura di affrontarlo e di riconoscere che in fondo ci appartiene. In questi ultimi anni però la situazione sta cambiando, ora in tanti hanno iniziato a capire che forse è più produttivo lavorare per tirare fuori il bene all’interno di ogni persona, per fornirgli la possibilità di migliorare. Un saluto, ciao”.










