di Marco Pollini
L'Espresso, 25 agosto 2019
Su quanto conti nell'avventura politica il coraggio, e quanto invece la paura, si potrebbe discutere a lungo. Tanto più in un passaggio in cui la faccia feroce e i consigli miti (e magari furbi) si sono andati intrecciando tra loro con nodi quasi inestricabili. Si direbbe che di tutta questa paura (vera) e di tutto questo coraggio (finto) Salvini sia stato l'eroe eponimo.
Nei mesi scorsi era apparso un po' come una tigre di carta. In questi giorni, a dire il vero, si è vista più la carta che la tigre. È partito all'assalto di tutti, ma non appena tutti sono sembrati coalizzarsi contro di lui la sua temerarietà si è affogata in un mare di inedita e confusa cautela.
Se ne potrebbe trarre la conclusione che ha avuto quel che si merita, e che la maldestra evocazione dei pieni poteri, oltre che una pazzia istituzionale si è rivelata come una maldestra mossa politica. E se appunto poi, al dunque, tutta questa baldanza si stempera e il ruggito finisce per assomigliare a un belato c'è da rallegrarsene per le sorti della nostra democrazia che fino a qualche ora fa sembrava minacciata da un nuovo 1922.
Ma forse invece si potrebbe essere più generosi di così. E salutare nella improvvisa cautela del leader leghista, accanto all'opportunismo di cui ovviamente nessuno è mai del tutto privo, il segno che il nostro sistema politico e istituzionale ha pur sempre un senso. A cui forse neppure lui è in grado davvero di fare obiezione. Per fortuna, verrebbe da dire.
Anche se non proprio per virtù. Naturalmente il "ravvedimento" di Salvini - chiamiamolo così, generosamente - si presta anche a letture assai meno encomiastiche. Se per un attimo è sembrato scendere dalla consolle del Papeete non si può certo dire che sia salito sul podio delle istituzioni. È chiaro che la sua natura, e la sua ambizione, restano sempre quelle. C'è in lui una bulimia di comando che non si placa di sicuro con la dieta a cui i rapporti di forza a questo punto sembrano costringerlo.
E tuttavia, c'è sempre qualcosa di buono quando la paura si riprende il suo posto sulla scena politica. Un po' perché in democrazia chi sbaglia per difetto in genere fa meno danno di chi sbaglia per eccesso. E un po' perché, come ammoniva Shakespeare nell'Enrico V "la parte migliore del coraggio è la prudenza", in quanto "morire è una finzione" ma "fingere di morire, quando con ciò un uomo vive, non è essere una finta, ma la vera, perfetta immagine della vita, questo sì".
Ora, sia chiaro, Salvini non diventerà virtuoso per essersi fatto pavido in uno dei tornanti della crisi che pensava di utilizzare come un trampolino elettorale. E d'altronde, lo svolgimento tortuoso di questa stessa crisi può portare da molte parti sfidando le molte contraddizioni di chi la opera e di chi la interpreta. Ma quella paura che d'un tratto sembra averlo preso e indotto a una sorta di inopinata cautela ricorda un po' a tutti che dietro il passo di carica dei condottieri apparentemente più impavidi si nasconde sempre un calcolo astuto dei rapporti di forza che si producono su una scacchiera più ampia.
E se per l'appunto quei rapporti di forza inducono a una certa pavidità, se ne può gioire e non solo dileggiare. Insomma, Salvini non merita particolari elogi per essersi fatto più prudente, e più confuso, di com'era apparso nelle prime ore di questa bislacca crisi di governo.
Ma perfino quella confusione, e tanto più quella prudenza, servono a ricordare che siamo pur sempre una democrazia parlamentare e rappresentativa. Dove la manovra politica dà voce al nostro spirito bizantino, forse. Ma di sicuro rende anche più vano il trambusto di alcuni di quei corni di guerra che risuonavano così forti appena qualche ora fa.
La prossima volta che li ascolteremo può darsi che ci faranno meno impressione. Forse perché la paura che è caduta addosso a Salvini sembra essersi nel frattempo sollevata dalle spalle degli altri.










