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di Andrea Fabozzi

Il Manifesto, 30 marzo 2022

Chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno dice che al termine di due mezze giornate di confronto “franco”, ieri pomeriggio la maggioranza ha raggiunto una mediazione su buona parte delle questioni aperte relative alla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario.

Compresa quella delicata delle cosiddette “porte girevoli”, cioè il ritorno - o meno - nelle loro funzioni delle toghe che hanno scelto la politica o la diretta collaborazione con i ministri. Ritorno che è garantito dalla Costituzione (“Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto a conservare il suo posto di lavoro”, articolo 51) ma che per un magistrato che si è impegnato in politica fa un po’ a pugni con il dovere di essere e apparire imparziale.

La soluzione trovata nel vertice di maggioranza con la ministra Cartabia prevede una stretta non solo per i magistrati eletti, che non potranno più tornare a funzioni giurisdizionali, ma anche per quelli che si candidano e non vengono eletti e per quelli - tanti - che si impegnano nei gabinetti dei ministri o nei dipartimenti: dopo un anno lontani dalla giurisdizione potranno tornare ma in una circoscrizione diversa dalla regione di provenienza e senza incarichi direttivi o monocratici. Gli ottimisti fanno presente che il passo in avanti è provato dal fatto che oggi dal ministero arriveranno, finalmente, i primi pareri su emendamenti e subemendamenti relativi ai temi oggetto dell’accordo. La commissione giustizia della camera potrà finalmente cominciare a lavorare.

Chi vede il bicchiere mezzo vuoto, però, ha gioco facile a sottolineare che le questioni sulle quali non c’è accordo anche se numericamente inferiori sono proprio le più importanti. Separazione rigida e definitiva delle funzioni tra giudici e pm, responsabilità civile dei magistrati, sistema elettorale per la componente togata del Csm. L’ultimo, in particolare, è uno scoglio assai ingombrante perché in parlamento esiste una teorica maggioranza favorevole al sorteggio “temperato”, cioè utilizzato per una prima scrematura delle candidature, soluzione che la ministra considera a forte rischio incostituzionalità. Ma Italia viva, Azione e +Europa e Lega insistono per questo esito, lo fanno soprattutto loro più ancora di Forza Italia e Fratelli d’Italia che pure hanno presentato subemendamenti analoghi.

E alla ministra, ex presidente della Corte costituzionale, tocca ascoltare le spiegazioni interessate dei parlamentari di questi partiti, per esempio quelle del deputato, a lungo leader di corrente e ancora magistrato in carica Ferri di Italia viva, che vogliono convincerla che invece il sorteggio non sbatte contro l’articolo 104 della Costituzione che parla di magistrati “eletti” al Csm.

Cartabia non si è fatta convincere e, per il secondo giorno consecutivo, ieri ha ripetuto che lei non darà mai parere favorevole a un emendamento che propone il sorteggio. E nemmeno accetterà che il governo si rimetta all’aula, come le era stato suggerito di fare per uscire dall’impasse. C’è poi un altro problema. Per avere qualche garanzia che una volta raggiunto l’accordo questo regga al senato, evitando una terza lettura del provvedimento, la ministra aveva suggerito di invitare al tavolo della maggioranza anche i senatori della commissione giustizia, ma ieri c’erano solo Mirabelli del Pd e Caliendo di Forza Italia.

Di nuovo, Lega, centristi e Italia viva si oppongono a blindare il testo una volta approvato - se e quando sarà - dalla Camera, cosa che potrebbe comunque fare Draghi se decidesse di tornare indietro dalla promessa di non mettere la fiducia. Adesso si conosce anche la data dei referendum sulla giustizia (12 giugno) che non per caso riguarderanno proprio i temi sui quali non c’è accordo, separazione delle funzioni e responsabilità civile in particolare. E chiaro che per fare campagna elettorale a Lega e Iv conviene tirare la corda fino all’ultimo, anche a rischio che non si faccia in tempo ad approvare la modifica del sistema elettorale per le imminenti elezioni del Csm, in programma a luglio. In quel caso l’estremo rimedio è già pronto: il rinvio a settembre dell’elezione dei togati, quando è prevista quella dei laici in parlamento. La ministra lo ha escluso a febbraio, ma da allora le cose si sono complicate. Anche se ieri sera ha lanciato questo messaggio: “Sono stati fatti passi avanti. Sono fiduciosa”.